Riportiamo di seguito il Notiziario FLP n. 6 del 20.02.2014 relativo alla manifestazione promossa dalla nostra Federazione per venerdì 28 p.v. e alle motivazioni che la supportano.
A breve si insedierà il nuovo Governo Renzi, il quarto Governo negli ultimi 4 anni, cioè da quando la coppia Tremonti-Brunetta varò il blocco degli stipendi e delle carriere dei dipendenti pubblici, confermato dal Governo Letta per tutto il 2014. In questi anni i nostri salari si sono sensibilmente ridotti, sia come potere d’acquisto sia sul piano nominale. Il risultato è che le “spending review” si sono tradotte quasi esclusivamente in risparmi sul personale, che negli ultimi 3 anni ha lasciato all’erario all’incirca 20 miliardi di euro e quasi mezzo milione di posti di lavoro ma ha anche consegnato al Paese una Pubblica Amministrazione più anziana (quasi il 50% di over 50), meno formata e tra le peggio pagate di tutta Europa, con ovvie ripercussioni sulla motivazione del personale.
La FLP vuole, pretende, di difendere il ruolo della pubblica amministrazione, a tutela dei valori costituzionali e quindi ha deciso di convocare un’assemblea cittadina con manifestazione nazionale per il 28 febbraio a Roma, a Palazzo Vidoni, sede della Funzione Pubblica.
Rinnovo dei contratti, sblocco delle carriere e miglioramento dei servizi pubblici sono le nostre rivendicazioni. A tutti i Governi che si sono succeduti abbiamo tentato di spiegare che una Pubblica Amministrazione efficiente e motivata è condizione necessaria per creare valore aggiunto per le imprese e per erogare servizi adeguati ai cittadini, soprattutto alle fasce più deboli.
Non siamo pregiudizialmente contro nessun Governo e quindi a maggior ragione non possiamo esserlo contro un Governo che non si è ancora formato. Il Presidente del Consiglio incaricato ha però già parlato di riforma della pubblica amministrazione da fare entro maggio. Ebbene, la nostra manifestazione serve anche a chiarire da subito la nostra idea di riforma.
La Pubblica Amministrazione non può essere oggetto dell’ennesima operazione di smantellamento per fare “cassa”, ma deve vedere, invece, pur in un quadro di razionalizzazione e semplificazione dei livelli di governo, confermata ed anzi rafforzata la sua presenza di presidio e di servizio sul territorio. Lo dicevamo sopra e lo ribadiamo. Per garantire livelli adeguati di equità fiscale, di sicurezza, di funzionamento della giustizia, un istruzione ed una sanità pubblica di qualità, migliori e più efficaci servizi alle imprese ed ai cittadini, bisogna valorizzare e coinvolgere il personale, anziché criminalizzarlo come è avvenuto negli ultimi anni con l’adozione di normative penalizzanti, il blocco reiterato dei contratti ed il taglio delle retribuzioni.
Insomma, vogliamo da subito essere coinvolti, dimostrare la bontà delle nostre idee, cambiare l’approccio e le leggi punitive sul lavoro pubblico approvate colpevolmente in questi anni. Per questo manifesteremo in modo deciso, fermo e propositivo il 28 febbraio
LOTTA AGLI SPRECHI E ALLE CASTE, SBLOCCO DEI CONTRATTI E DELLE CARRIERE.
PARTIAMO DA QUESTI OBIETTIVI PER ARRIVARE A UNA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE SANA, PRODUTTIVA ED EFFICIENTE!
Carlo Cottarelli, commissario per la spending review
Riportiamo di seguito il Notiziario FLP n. 1 del 13.01.2014, relativo alle risposte della FLP/CSE al nuovo attacco a dipendenti pubblici e pensionati, che sembra profilarsi all’orizzonte con l’arrivo della seconda spending review che sta mettendo a punto il prof. Cottarelli.
” Sta entrando nel vivo la nuova “spending review” del commissario nominato dal Governo, Cottarelli, e purtroppo sembra che i nuovi tagli alla spesa pubblica si debbano di nuovo concentrare – anziché su sprechi e vera spesa improduttiva – su pensionati e dipendenti del pubblico impiego, con voci di spesa già talmente tagliate negli anni passati da aver portato ad un impoverimento insostenibile di entrambe le categorie.
Riguardo alle pensioni, non è bastata la devastante legge Fornero: ora si parla della possibilità di andare in pensione con i requisiti precedenti a questa norma ma attraverso un complicato sistema di prestiti che poi il pensionato sarebbe costretto a restituire nei decenni a venire. E si discute di tagli alle pensioni d’oro che però, in realtà, potrebbero tradursi in tagli generalizzati anche alle pensioni medie.
Sulla pubblica amministrazione i numerosi interventi governativi hanno già provocato un peggioramento dei servizi all’utenza. L’ulteriore intervento di Cottarelli anziché coniugare il risparmio con il miglioramento dei servizi alla cittadinanza rischia di provocare un vero e proprio smantellamento della pubblica amministrazione, unico baluardo che assicuri il rispetto dei valori costituzionali, primo fra tutti il diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione tra i ricchi e i ceti meno abbienti.
I continui tagli alla sanità e alla scuola hanno già minato alla base alcune eccellenze del nostro Paese che assicuravano a tutti – a prescindere dalle condizioni economiche – il diritto alla salute e all’istruzione. L’ultimo pasticcio sul recupero dei soldi a insegnanti e personale non docente della scuola – benché (forse) rientrato – testimonia di un sempre più scarso interesse della politica nei confronti di settori strategici per la crescita del nostro Paese.
Allo stesso tempo – viene da chiedersi – come pretendiamo che dall’estero investano in Italia se la giustizia civile funziona male e si progettano tagli di risorse in questo settore? Come valorizzare l’enorme patrimonio di beni culturali se non ci sono i soldi nemmeno per pagare gli addetti? Come recuperare l’enorme evasione fiscale se si tagliano gli stipendi agli operatori del fisco? Come assicurare sicurezza ai cittadini se non si investe nelle forze dell’ordine?
Se è vero che oggi buona parte della pubblica amministrazione non riesce ad assicurare servizi efficienti, bisogna interrogarsi sulle cause e intervenire su quelle anziché continuare a impoverire i dipendenti e chiudere uffici sul territorio.
È inutile continuare a tagliare gli stipendi dei lavoratori pubblici se è dimostrato, dati alla mano, che sono tra i meno pagati d’Europa e il loro numero è inferiore a quello della maggior parte dei paesi europei.
Bisogna concentrarsi da un lato sulla demotivazione che quattro anni di blocco dei contratti e degli stipendi hanno provocato e sul fatto – anch’esso provato – che i mancati investimenti in formazione hanno fatto dei dipendenti pubblici italiani i peggio formati d’Europa; dall’altro sul rapporto devastante tra politica e gestione: la politica, anziché assicurare il funzionamento dei servizi con piani e programmi adeguati, ha usato il lavoro pubblico dapprima, decenni fa, come ammortizzatore sociale e oggi lo sfrutta a fini di consenso sociale quando non di finanziamento per l’attività politica. La vera spesa fuori controllo – lo abbiamo detto più volte – è quella per i consumi di beni intermedi e la nostra classe politica con la collaborazione, a volte attiva altre omissiva, dell’alta dirigenza, controlla spesso anche i più piccoli appalti senza nessun riguardo né per l’efficienza né per l’economicità né tanto meno per il valore costituzionale del buon andamento della pubblica amministrazione.
Oggi, di fronte a questa situazione, non solo è diventato irrimandabile dire le cose come stanno ma bisogna più che mai prendere posizione pubblicamente e proporre nuove soluzioni.
Rinnovare immediatamente i contratti, investire in formazione, favorire il turn-over nella pubblica amministrazione, lottare contro gli sprechi e le clientele alimentate dalla classe politica, pretendere la rigida divisione tra indirizzo politico e gestione amministrativa, cambiare il rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini, sono alcune delle battaglie che la FLP ha fatto e rilancerà nei prossimi giorni con nuove proposte per difendere i valori costituzionali che solo una pubblica amministrazione efficiente può garantire.
In sostanza, è impossibile migliorare l’efficienza dell’amministrazione pubblica chiudendo uffici e mettendo in atto processi di mobilità selvaggia fino ad ipotizzare o minacciare licenziamenti dei dipendenti pubblici. È invece possibile razionalizzare l’architettura amministrativa attraverso progetti organici e veri e propri piani industriali che mettano al centro il cittadino e i servizi. I risparmi veri si fanno con piani complessivi che riducano le diseconomie, lotta agli sprechi e alle corruttele e non certo tagliando in modo scriteriato stipendi, salario di produttività e presidi dello Stato sul territorio.
Sinora l’azione della FLP/CSE è stata orientata in questo senso:
1. Abbiamo presentato lo scorso mese di giugno all’ARAN, al Governo e ai gruppi parlamentari le linee guida di piattaforma contrattuale per il rinnovo dei contratti del triennio 2013-2015;
2. Abbiamo consegnato agli stessi gruppi parlamentari proposte per eliminare gli sprechi della pubblica amministrazione;
3. Siamo stati l’unico sindacato ad avere fiducia nella legge e nella Costituzione, tanto da chiedere ai giudici di dichiarare incostituzionale il blocco dei contratti, ed abbiamo ottenuto dal Tribunale di Roma un ordinanza che riconosce le ragioni dei lavoratori e il rinvio alla Corte Costituzionale della decisione.
Nonostante le nostre proposte e le azioni prodotte il Ministro D’Alia, anziché discutere con i rappresentanti dei lavoratori, si è eclissato. Tutte le promesse, sue e del Governo, sul miglioramento delle condizioni lavorative, l’assunzione dei precari, formazione e riapertura delle carriere sono rimaste lettera morta, come già era successo con il ministro precedente.
Non resta che rilanciare con più forza e tenacia la nostra proposta politica e la nostra azione a difesa della Costituzione e del Lavoro Pubblico anche con una manifestazione che si terrà, proprio nei luoghi della politica, entro la fine del mese di febbraio. Chiediamo a tutti i lavoratori di schierarsi al nostro fianco partecipando alle iniziative della FLP e, in modo ancor più diretto, costituendosi insieme a noi innanzi alla Corte Costituzionale per far dichiarare il blocco dei contratti contrario alla Costituzione.
Come è agevole constatare da quanto sinora descritto, la FLP si è mossa in modo tempestivo e costruttivo. Se invece nel frattempo qualcuno cercherà di fare da stampella al Governo, prefigurando percorsi che facciano perdere ancora mesi di tempo e portino ad aprire tavoli contrattuali alla fine dell’anno o giù di lì, per poi stipulare contratti che portino nelle tasche dei lavoratori poco o nulla e solo a partire dal 2015, sappia che troverà nella FLP un pungolo quotidiano.
I contratti vanno rinnovati subito e con risultati economici soddisfacenti, non certo a costo zero e a babbo morto!
Riportiamo di seguito il Notiziario FLP n. 52 del 28.11.2013 con il quale la nostra Federazione dà notizia di un importantissimo pronunciamento del Tribunale di Roma (vds. allegato) che ha recepito la sostanza delle argomentazioni poste a base del ricorso promosso da FLP-FIALP nel 2011 e poi concretizzatesi nei ricorsi del 2012 (vds allegati nn. 2 e 3 pubblicati sul nostro sito) e ha chiesto alla Corte Suprema di pronunciarsi sulla costituzionalità del blocco.
” Il Tribunale di Roma, sezione controversie del lavoro, con un’ordinanza emessa il 27 novembre 2013 ha accolto il ricorso presentato nel 2012 dalla FLP, da FIALP e da circa 3.200 lavoratori pubblici – costituitisi in giudizio “ad adiuvandum” – assistiti e rappresentati dagli Avvocati Lioi, Mirenghi e Viti, e ha dichiarato rilevante e non infondata l’eccezione di incostituzionalità sollevata sul blocco dei contratti e degli stipendi dei dipendenti pubblici, contenuti nel DL 78/2010 e nel DL 98/2011 per contrasto con gli artt. 2, 3, 35, 36, 39 e 53 della Costituzione, rimettendo gli atti alla Corte Costituzionale che ora dovrà pronunciarsi in merito.
L’ordinanza del giudice Ileana Fedele è la prova che è possibile non subire passivamente le ingiustizie se ci si affida a sindacati che lottano per davvero per riaffermare i diritti dei lavoratori. Siamo partiti, da soli, due anni fa con l’iniziativa “Un euro per la giustizia”, abbiamo chiesto ai lavoratori di affiancarci per fare dichiarare incostituzionale il blocco dei contratti e degli stipendi, abbiamo spiegato che la crisi internazionale non dipendeva certo dai dipendenti pubblici e quindi questi non potevano essere gli unici chiamati a pagare. Ed è esattamente ciò che il Tribunale di Roma ha riconosciuto.
In questa amara vicenda alcuni sindacati si sono limitati prima a fare i “bollettini di guerra”, annunciando ogni giorno quanti soldi perdevano i lavoratori pubblici per effetto del blocco dei contratti; poi a chiedere a governo e Parlamento che si aprissero i contratti solo per la parte normativa, senza aumenti stipendiali. Altri sindacati annunciano solo ora, dopo tre anni di blocco dei contratti di voler presentare i ricorsi per incostituzionalità delle norme. E nessuno di loro, né confederali né autonomi o di base, ha mai messo in mora il Governo presentando la piattaforme contrattuali.
La FLP invece ha agito su tutti i fronti: abbiamo preparato i ricorsi due anni fa, li abbiamo depositati e nel frattempo abbiamo anche presentato all’ARAN e al Governo le piattaforme contrattuali e dichiarato, in audizione alle Camere, che contratti senza aumenti stipendiali non ci bastavano. I fatti ci dicono che la strada seguita era quella giusta!!
Ma esaminiamo nel dettaglio cosa ha scritto nell’Ordinanza il Giudice di Roma che ha rimesso gli atti alla Corte Costituzionale, perché gli argomenti usati sono di un’importanza fondamentale nel riconoscimento dei diritti dei lavoratori pubblici:
1. Violazione degli articoli 35, 36 e 39 della Costituzione: non si può sospendere il diritto alla contrattazione solo perché il datore di lavoro è lo Stato in quanto gli incrementi retributivi derivanti dai contratti sono il parametro di riferimento per determinare la giusta retribuzione in base all’articolo 36 della Costituzione e quindi, con il blocco di contratti e stipendi, vi è il dubbio che sia stato violato il principio di proporzionalità e sufficienza della retribuzione. Un contratto solo normativo, attivato per il biennio 2013-2014 e senza recupero per il triennio 2010-2012, non sanerebbe questa violazione. In breve, il Tribunale di Roma è dell’idea che i contratti vanno rinnovati con i giusti e sacrosanti aumenti stipendiali!!
2. Violazione dell’articolo 3 e dell’articolo 2 della Costituzione: in merito a questi punti il ragionamento del Tribunale è semplicissimo. Se vi è una situazione di crisi che richiede sacrifici e tagli alla spesa pubblica questa non può essere risolta facendo pagare i costi solo ad una parte della collettività (i dipendenti pubblici) senza violare il principio di uguaglianza (articolo 3 della Costituzione) e il principio di solidarietà sociale, politica ed economica, che devono essere rapportati all’intera comunità e non solo a una parte (articolo 2 della Costituzione)
3. Precedenti blocchi dei contratti (1992): il fatto che la Corte Costituzionale si sia già pronunciata in merito al blocco contrattuale varato dal Governo Amato nel 1992, dichiarandolo legittimo, non rileva in quanto in quel caso, oltre all’emergenza nazionale e all’eccezionalità del caso, vi era l’assoluta temporaneità della sospensione degli aumenti contrattuali. Viceversa, non può in alcun caso – secondo il Giudice Fedele – ritenersi transitorio ed eccezionale un blocco dei contratti e degli stipendi che si protrae per quattro anni!!
Per la puntuale esposizione dei motivi contenuti nell’Ordinanza del Tribunale di Roma in accoglimento delle richieste della FLP, possiamo ben dire che si tratta di un risultato di eccezionale importanza che premia le capacità e l’iniziativa della FLP, che non si è arresa di fronte alle ingiuste e penalizzanti azioni dei governi che si sono succeduti in questi anni sia con riferimento al blocco della contrattazione che all’attacco alla dignità e al valore del lavoro pubblico. Una risposta a quelle OO.SS che in questi mesi, incredibilmente, invece di incalzare il governo hanno chiesto di sbloccare i contratti solo per la parte normativa.
La nostra azione a tutti i livelli, quindi, proseguirà, affinché, anche in sede di esame di costituzionalità delle norme impugnate, prevalgono le ragioni di giustizia sociale, equità e rispetto delle regole da noi con forza invocate.
Ai sindacati che non si sono mossi finora, ricordiamo che possono sempre costituirsi “ad adiuvandum” nel giudizio davanti alla Corte Costituzionale, seguendo l’esempio di migliaia di lavoratori che sono stati più lungimiranti e lo hanno già fatto; ai sindacati che hanno annunciato i ricorsi in questi giorni (sic!), dopo solo tre anni di blocco contrattuale, proponiamo di risparmiare i soldi dei loro iscritti e unirsi a noi nel giudizio davanti alla Suprema Corte. D’altronde un ricorso presentato oggi sarebbe anacronistico e superato dai fatti e dagli atti prodotti dalla FLP.
IL SEGRETARIO GENERALE – f.to Marco Carlomagno “
Dunque, davvero una buona notizia! Lasciamo solo immaginare cosa succederebbe nel caso in cui la Corte Costituzionale dichiarasse l’incostituzionalità dei provvedimenti di che trattasi, con ovvia e naturale ricaduta anche sulla più recente proroga del blocco di contratti e retribuzioni sino al 31.12.2014.
Vi terremo informati sugli sviluppi ulteriori dell’iniziativa della nostra Federazione.
Riportiamo di seguito il Notiziario FLP n. 46 del 28.10.2013 relativo alle misure di finanza pubblica contenute nel disegno di legge di stabilità 2014 presentato dal Governo, che reca in allegato la nota della nostra Federazione già inviata alla Presidenza del Consiglio con la dichiarazione dello stato di agitazione dei lavoratori pubblici.
“Finalmente iniziano a venir fuori i testi e le tabelle del disegno di legge di stabilità approvato dal Governo un paio di settimane fa e adesso in discussione alle Camere, non prima di essere stato inviato a Bruxelles (sic) per una sorta di approvazione preventiva.
Per i dipendenti pubblici è l’ennesimo massacro: blocco dei contratti per tutto il 2014 (ma con la previsione di blocco fino al 2017), blocco degli stipendi, blocco del turn-over, taglio dello straordinario, diminuzione del salario accessorio in proporzione al numero di lavoratori andati in pensione, rateizzazione della buonuscita.
Eppure i soldi per i rinnovi dei contratti ci sarebbero e la convenienza economica anche – sotto forma di aumento della domanda interna – ma si è sin qui preferito far pagare la crisi ai dipendenti pubblici e alle fasce più deboli della popolazione che, gioco forza, riducendosi sia il numero di coloro che devono erogare i servizi che la loro motivazione a causa di stipendi più bassi, avranno sempre meno servizi e meno efficienza.
L’attacco alla pubblica amministrazione ed ai lavoratori però, come ha già detto la nostra confederazione CSE (vedi Notiziario CSE n. 12 del 21 ottobre 2013), non si può ascrivere soltanto alla Legge di Stabilità ma è figlio delle politiche dei governi degli ultimi dieci anni e, in particolare, di una finta “spending review”, applicata in modo cieco e sordo, che ha tagliato stipendi e servizi anziché privilegi e sprechi.
Così oggi i dipendenti pubblici sono arrivati a perdere il 10,5 per cento del loro salario (dato di Confindustria) ma tutto concentrato nelle fasce dei funzionari e degli impiegati mentre l’alta burocrazia ha visto crescere compensi, consulenze e emolumenti vari. Ci si lamenta della perdita di posti di lavoro e della carenza di lavoro per i giovani ma negli ultimi dieci anni nel pubblico impiego si sono persi oltre 300.000 posti di lavoro.
Ci si lamenta della crescita dei nuovi poveri ma lo Stato permette che larghe fasce di lavoratori pubblici a 1000-1200 euro al mese scivolino tra i cosiddetti “working poor”, cioè coloro che vivono sotto la soglia di povertà pur lavorando e sono costretti a ricorrere a forme di assistenza sociale. Langue la domanda interna ma lo Stato non solo taglia gli stipendi dei dipendenti pubblici ma taglia anche il salario di produttività, facendo venir meno in un colpo solo possibili fonti di domanda interna e motivazione di chi lavora per la collettività.
Eppure per il 2014 basterebbero 1,5 miliardi di euro per aprire la stagione dei rinnovi contrattuali in un Paese che ha meno dipendenti pubblici della media europea, li paga peggio ma taglia sul numero e sugli stipendi preferendo non attaccare i veri sprechi nella pubblica amministrazione: appalti, forniture, consumi di beni intermedi, consulenze, società partecipate o in house.
E, come se non bastasse tutto questo, stavolta non possiamo prendercela nemmeno con l’Europa: la legge di stabilità che vorrebbe il Governo delle larghe intese ha previsto un rapporto deficit/PIL al 2,5 per cento contro il 3 per cento permesso dalle norme europee.
Quello 0,5 per cento ammonta a 7 miliardi e mezzo di euro che potrebbero essere usati non solo per rinnovare i contratti ma per far partire un piano di ammodernamento e messa a norma delle scuole italiane nelle quali ogni giorno i nostri figli rischiano la vita o un piano straordinario di riassetto idro-geologico del territorio, per il quale ogni anno spendiamo invece miliardi di euro per riparare i danni di alluvioni, frane et similia.
Centinaia di migliaia di posti di lavoro che rilancerebbero l’economia permettendo addirittura di fare, nel tempo, risparmi di spesa.
E allora, direte voi, perché non si fa? Perché l’attuale maggioranza ha votato a suo tempo la legge che prevede il pareggio di bilancio strutturale in Costituzione (legge costituzionale n.1/2012 e legge 243/2012) a partire proprio dal 2014. Queste leggi prevedono che in caso di sforamenti di bilancio è obbligatorio il rientro annuale nel pareggio di bilancio attraverso aggiustamenti progressivi. Ebbene, in base a queste norme, recepite addirittura in Costituzione, la legge di stabilità presentata dal Governo non può permettersi un deficit superiore, anche se in linea con le norme europee. Insomma, ci siamo messi da soli il cappio al collo, l’Europa non c’entra nulla!!
Quello che è certo è che la FLP non ha alcun intenzione di vedere il nodo scorsoio che ci strangola come dipendenti pubblici e come cittadini. Abbiamo fatto a questo Governo le nostre proposte di riduzione di sprechi e ruberie da tempo e non accetteremo quindi che venga approvata la legge di stabilità così come è stata concepita.
Faremo sentire la nostra voce nel Parlamento, attraverso proposte di modifica, e se queste non saranno accettate, la faremo sentire negli uffici e nelle piazze. Abbiamo iniziato con la dichiarazione di stato di agitazione di tutti i dipendenti pubblici e seguiremo passo dopo passo l’iter di questa legge, con un’attenzione forte e costante.
Il Presidente Letta con i Ministri Saccomanni e Alfano
Riportiamo di seguito il Notiziario CSE n.12 del 21 ottobre 2013, in cui si da notizia delle indiscrezioni sulla legge di stabilità (manca il testo ufficiale!), nelle quali, accanto a possibili ma improbabili miglioramenti economici, si intravedono ben altre parti negative.
Non c’è ancora un testo disponibile – è già questa è un’anomalia – ma le indiscrezioni sulla legge di stabilità sono numerose e tradiscono un vero e proprio gioco delle tre carte del Governo. Come in quel gioco infatti, si lasciano intravedere possibilità di miglioramenti economici ma si tengono ben coperte le parti negative che compensano ampiamente i pochi e insufficienti provvedimenti che tolgono soldi dalle tasche degli italiani, non rilanciano né i consumi interni né le imprese e, proprio come nel gioco delle tre carte, qualunque carta vai a scoprire ti accorgi di essere perdente. Inoltre, quel che è peggio, per alcune misure non c’è copertura finanziaria e rischiano (anzi, è praticamente certo) di tradursi in nuove tasse.
Intanto va precisato che non di sola legge di stabilità ma di ben tre provvedimenti: il decreto IMU, la manovrina per scendere sotto il 3 per cento di deficit/PIL e la vera e propria finanziaria 2014. Ma andiamo per ordine.
Decreto Imu: è in discussione in questi giorni e serve a salvare dal pagamento non solo le prime case normali ma anche quelle di lusso (benché non definite tali in base ai classamenti) e quelle dei ricchi e ricchissimi. La maggiore copertura dovrebbe arrivare da una maxisanatoria sulle multe comminate ai gestori dei giochi d’azzardo che hanno frodato il fisco. Il problema – oltre al fatto di premiare imprese che gestiscono la più odiosa attività legale – è che molte di queste aziende non sono in grado di pagare e la clausola di salvaguardia prevede che in caso di mancati o insufficienti incassi la rata IMU sarà coperta con l’aumento delle accise sui prodotti energetici (benzina e affini). Ciò comporterà che alla fine pagheremo tutti!
Manovrina 2013: come già detto, serve per rientrare nel parametro del 3% nel rapporto deficit/PIL. La copertura è affidata ad una serie di piccoli tagli lineari e alla vendita di immobili pubblici. Ma l’Europa ha già sanzionato l’Italia perché le vendite di patrimonio dello Stato possono essere utilizzate solo per diminuire il debito e non per coprire spesa corrente. Sappiamo già, quindi che in bilancio si aprirà un buco di 525 milioni di euro. Dove sarà trovata la copertura?
Finanziaria 2014: la vera e propria legge di stabilità invece è tutto un “potrei ma non voglio” e una serie di partite di giro con le quali si da con una mano e si prende con…due. Già si vagheggia dell’insufficienza della riduzione del cuneo fiscale, che dovrebbe portare nelle tasche dei lavoratori dipendenti tra i 10 e i 15 euro al mese. Ma la verità è che nemmeno quei pochi soldi arriveranno mai in quanto li dovremo spendere, ancor prima di averli incassati, per far fronte all’aumento dei bolli sulle attività finanziarie, alla minore detrazione sugli oneri detraibili in dichiarazione dei redditi – che scenderanno quasi sicuramente dal 19 al 18 per cento retroattivamente nel 2013 e al 17 per cento nel 2014. Parliamo di spese mediche, mutui sulla casa o spese di istruzione, cioè oneri che quasi tutte le famiglie hanno.
Ma non è finita: l’IMU sarà sostituita da due diverse imposte che andranno a gravare sia sui proprietari che sugli inquilini (che così pagheranno una quota dell’IMU al posto dei proprietari); la sanità, che il Governo afferma di non aver tagliato, sarà tagliata comunque indirettamente in quanto è previsto il taglio di un miliardo alle regioni, che si tramuterà automaticamente in taglio dei servizi, in primis proprio sulla sanità.
C’è poi il capitolo delle misure prive di copertura: 500 milioni di dismissione del patrimonio dello Stato che, come già detto, non possono essere usate come copertura di spesa corrente, e un contributo di solidarietà richiesto per le pensioni al di sopra di 90.000 euro che però la Corte Costituzionale ha già dichiarato illegittimo. Insomma, in questo campo il Governo mente sapendo di mentire perché mette in bilancio entrate che sa già a priori che non ci saranno.
Abbiamo tenuto in fondo i capitoli più corposi: il taglio dei servizi e i tagli a carico dei dipendenti pubblici, vero bancomat di tutti governi.
Infatti, il Governo prevede ancora una volta tagli lineari per le amministrazioni centrali. È il caso di aprire questo capitolo per comprendere cosa questo voglia dire. La CSE ha più volte denunciato che a fronte del blocco dei contratti e del turn-over dei dipendenti pubblici esistono numerosi sprechi nella pubblica amministrazione su acquisti, appalti, consumi intermedi, società partecipate. Questi sprechi sono in massima parte responsabilità di un’alta dirigenza indifferente ai cambi di governo, nominata dalla politica e con questa collusa al fine di sottrarre risorse ai cittadini a fini di consenso politico. Continuare a tagliare in modo lineare senza incidere direttamente sugli sprechi vuol dire dare meno soldi alla pubblica amministrazione e affidare il compito di decidere cosa tagliare proprio agli stessi soggetti che usano male le risorse. È chiaro che non saranno i privilegi e gli sprechi a essere tagliati ma i servizi ai cittadini più deboli, e questo è responsabilità diretta del Governo che sa e tace.
Riguardo ai dipendenti pubblici poi, è l’ennesimo massacro: non basta il blocco della contrattazione per tutto il 2014 e il taglio del lavoro straordinario di un ulteriore 10 per cento. C’è una stretta maggiore del turn-over per il prossimo biennio, che smonta tutte le promesse fatte dal Ministro D’Alia sulle nuove assunzioni in un settore che ha perso 350.000 posti di lavoro in dieci anni. Inoltre, anche chi va in pensione avrà la liquidazione differita di un anno se la somma è sotto i 50.000 euro mentre se la somma è superiore la si incasserà in due o addirittura tre rate annuali. Non manca la conferma dell’indennità di vacanza contrattuale fino al 2017, che fa presagire che fino a quella data questo Governo non intende rinnovare i contratti pubblici. Come è ovvio anche questa diminuzione del personale, peggio pagato e quindi meno motivato, si riverbera in modo inevitabile sui servizi forniti alle fasce più deboli della popolazione.
Insomma, una manovra che non crea lavoro, non aumenta i consumi e non aiuta le imprese dal punto di vista della competitività ma affida all’aumento della domanda estera tutte le speranze di ripresa del nostro Paese. Inoltre una manovra finta, cioè priva di copertura tanto che lo stesso Governo a non credere a ciò che scrive. Il Presidente del consiglio Letta ha infatti affermato che con questa manovra il rapporto deficit/PIL scenderà al 2.5 per cento. Ora, poiché il tetto previsto dall’Europa è del 3 per cento e mezzo punto di PIL è pari a 8 miliardi di euro, perché non usare quegli 8 miliardi per dare fiato all’economia? Forse perché nemmeno il Governo crede che i saldi della legge di stabilità siano reali e si copre le spalle? Proprio questo è il gioco delle tre carte: sperare in miglioramenti economici e accorgersi, in un secondo momento, di essere stati fregati, truffati perché il “gratta e guadagna” che ti hanno venduto è falso!
Ciò che veramente è incomprensibile è lo stupore di fronte a questa manovra mostrato dalle parti sociali che sembrano accorgersi ora che i soldi sono pochi e mal spesi e vorrebbero scaricare tutta la rabbia su questa legge di stabilità, che non è sorprendente ma figlia della assoluta mancanza di politiche di sviluppo e tagli agli sprechi che non liberano le risorse necessarie a intervenire con politiche anticicliche.
La CSE ha presentato al Parlamento nei mesi scorsi (c’è chi lo fa solo oggi) un vero e proprio piano per recuperare risorse, che va dalla lotta all’evasione fiscale fatta in modo serio al taglio degli sprechi attraverso il varo di una seria legge anticorruzione; dalla riduzione dei livelli di Governo con l’abolizione (non la diminuzione) delle province al taglio delle spese per armamenti; dall’azzeramento dei privilegi anche nel settore pubblico al taglio dei costi della politica; dagli accordi Rubik con la Svizzera per la tassazione dei capitali illegalmente esportati alle misure per rendere più efficiente la pubblica amministrazione.
Il piano presentato al Parlamento permetterebbe di liberare risorse per il Paese, di aumentare i consumi rinnovando i contratti dei dipendenti pubblici, di sburocratizzare la pubblica amministrazione, di finanziare l’innovazione e sostenere l’impresa.
È inutile prendersela con il sintomo, è la malattia che bisogna curare e bisogna farlo non certo con leggi di stabilità senza risorse. Ma il Governo di larghe intese, diviso su tutto, non è in grado di farlo come non sono in grado di difendere i lavoratori quei sindacati che sono in tutto e per tutto compromessi con le politiche del Governo di larghe intese e ancor più grandi appetiti.
Dipartimento Politiche Economiche e Fiscali CSE “
Notiziario n. 62 del 3 giugno 2013 –
Si riporta qui di seguito il testo del Notiziario FLP n. 23 del 30 maggio u.s. recante una nota di Marco Carlomagno, Segretario generale della nostra Federazione, che lancia un preoccupato grido di allarme sul paventato nuovo blocco dei contratti di lavoro dei dipendenti pubblici, annuncia le iniziative della nostra O.S. e e invita la categoria ad una grande mobilitazione di massa per difendere il nostro diritto ad avere il rinnovo del contratto di lavoro, sia sulla parte economica che in quella normativa.
” Il blocco dei contratti pubblici e la cancellazione dell’indennità di vacanza contrattuale sino al 2015, il tutto supportato da una pronuncia favorevole del Consiglio di Stato, hanno reso ancora più pesante la situazione dei lavoratori pubblici che assistono impotenti allo spregio dei loro diritti fondamentali il primo dei quali è, appunto, il rinnovo del contratto di lavoro.
La nostra Federazione, riunito nella settimana scorsa il Comitato Direttivo Nazionale, ha deciso di avviare con immediatezza una serie di forti iniziative politico sindacali allo scopo di evidenziare a tutti gli interlocutori, politici ed istituzionali, uno stato di insofferenza dei lavoratori pubblici che sta raggiungendo livelli di guardia.
L’obiettivo che ci poniamo è semplice ma difficile da raggiungere: rinnovare i contratti di lavoro per i tre milioni di pubblici dipendenti, e per fare questo riteniamo sia necessario coinvolgere non solo il Governo ed il Ministro competente, al quale abbiamo chiesto un urgente incontro, ma anche i Gruppi Parlamentari di un Parlamento rinnovato in larghissima parte che non possono non farsi carico di un problema di tale portata.
Quali sono, a nostro avviso, le direttrici su cui muovere? La prima, parte dalla considerazione che il rinnovo del contratto non possa non contenere, come invece qualcuno vorrebbe, una concreta proposta di carattere economico con la quale andare a potenziare l’attuale sistema retributivo e che consenta il recupero anche parziale delle quote lasciate sul campo dal blocco dei contratti; a questo deve essere aggiunta la richiesta di uno sblocco del salario accessorio e dei fondi di amministrazione anche in ragione dei risparmi di gestione legati ai precedenti processi di riorganizzazione.
La seconda direttrice riguarda la parte giuridico-ordinamentale che, a nostro avviso, deve essere caratterizzata da una profonda rivisitazione dell’ordinamento professionale dei dipendenti pubblici, superando le attuali modalità di divisione e traguardano realtà pubbliche e para pubbliche più evolute.
La terza direttrice riguarda le relazioni sindacali per le quali è necessario una forte inversione di tendenza rispetto alla attuale fase: occorre riappropriarci del diritto alla contrattazione ma anche pretendere che sul fronte della informazione sindacale vengano date risposte concrete e preventive alle iniziative in atto. Occorre dare ultrattività al precedente CCNL ed ai connessi CCNI ed occorre altresì che il nuovo Ministro della PA “batta un colpo” e che si cominci a ragionare bloccando, per intanto, le insorgenti fasi di forte, potenziale conflittualità legate ad interpretazioni unilaterali che si stanno registrando su iniziativa della Funzione Pubblica.
Altro punto sul quale riteniamo si debba incentrare la nostra azione sindacale è quello della c.d. “spending review”, legge dello Stato fortemente voluta dal Governo Monti che ha operato nuovi tagli lineari alle Pubbliche Amministrazioni ma che non sembra, anzi, non ha portato alcun beneficio di carattere organizzativo alla macchina della P.A. italiana.
Ci chiediamo infatti cosa e come si è operato sul fronte del recupero delle consulenze e delle esternalizzazioni dei servizi, ci chiediamo come si possano tagliare gli organici di alcune Amministrazioni Centrali e poi consentire la permanenza di società “in house” con migliaia di dipendenti che, magari, svolgono le analoghe funzioni dei dipendenti di ruolo in una situazione di precariato costante e con costi notevolmente più alti per le Amministrazioni.
Pensiamo infatti che una Pubblica Amministrazione riorganizzata, con il personale motivato, formato e meglio retribuito, come per altro avviene negli altri paesi europei, non possa che essere un forte volano anche per l’economia del Paese; servizi che funzionano, una macchina pubblica presente ed operativa sui territori, tutto questo, a nostro avviso, non può che avvenire solo ed attraverso il coinvolgimento delle parti sociali.
Chi prima ha teorizzato la soluzione per legge dei problemi della P.A. italiana, al di là della caccia alle streghe operata con il supporto dei media, si è sbagliato clamorosamente così come si è sbagliato chi cercava di imporre modelli di performance identici per amministrazioni diverse e per funzioni assolutamente atipiche.
Occorre, a nostro avviso, avviare una nuova e forte stagione contrattuale per il Pubblico Impiego che metta al centro la questione del lavoro e dei diritti, la questione salariale e di una riforma giusta della P.A; chiediamo al Governo ed al Parlamento di dedicare attenzione ai più di tre milioni di pubblici dipendenti, la più grande azienda del Paese.
Occorre rinnovare i contratti del Pubblico Impiego!!
Monti, Giarda e Bondi, gli attori principali della spending review
La Corte dei Conti ha registrato in data 18 marzo u.s. il DPCM datato 22.01.2013 che recepisce i nuovi organici di alcune AA.CC. tra cui la Difesa, in applicazione del D.L. n. 95/2012(“spending review”).
Come si ricorderà, la norma sopra richiamata ha disposto il taglio del 20% degli Uffici dirigenziali (generali e non) e “la riduzione non inferiore al 10% della spesa complessiva relativa al numero dei posti in organico ..” del personale non dirigente. Rispetto alla dotazione organica discendente dal D.L. 138/2011, il DPCM fissa così le nuove dotazioni: n. 1.824 in area 1 (erano n. 63); n. 23.246 in area 2^ (erano n. 26.590); n. 2.681 in area 3^ (erano n. 3.630) e n. 26 professori etc.; la nuova dotazione organica del personale dirigente è invece pari a n. 117 (erano n. 133 dopo il D.L. 138). Il DPCM recepisce in toto la proposta messa a punto dall’A.D. attraverso il positivo confronto con il Sindacato (vds. Notiziario n. 136 del 17.10.2012) e reca una novità grande e positiva: il rientro in organico di 1.761 lavoratori (1.824 – 63) di area 1^, dal 2005 tutti in eccedenza, e sui quali pendeva maggiormente il “rischio esubero” al 1 luglio 2013 e di collocamento in disponibilità.
Ora dovrebbe (il condizionale è, al punto in cui ci troviamo, però d’obbligo..) partire la seconda fase di attuazione della “spending”, con la gestione della c.d. “eccedenza assoluta” (la definizione è della F.P.), che nella Difesa al 31.10.2012 era stimata a n. 1.560 unità circa (oggi meno), a fronte del quale il numero di personale in possesso dei requisiti ante riforma Fornero per l’accesso al pensionamento entro il 31.12.2014 sarebbe risultato quasi doppio. Una situazione, dunque, apparentemente tranquilla, che scongiurerebbe la possibilità di avere esuberi e collocamenti in disponibilità al 1 luglio p.v., e che, a fronte di quanto previsto dal cronoprogramma allegato alla Direttiva FP n. 10/2012, si dovrebbe tradurre, tra le altre cose, nella predisposizione di “piani previsionali delle cessazioni di personale in servizio fino a tutto il 31.12.2014”; nella individuazione nominativa “del personale in possesso dei requisiti” per il pensionamento; nella comunicazione “al personale interessato della data di collocamento a riposo”; e, infine, nellaindividuazione “dei soprannumeri non riassorbibili entro due anni a decorrere dal 1° gen. 2013”. Come si può capire, la strada è ancora lunga e complessa.
Rendiamo anche noto ai colleghi interessati che nel Supplemento Ordinario n. 20 della Gazzetta Ufficiale n. 72 del 26 marzo u.s., è stato pubblicato il Decreto Ministeriale datato 16.01.2013 recante “Struttura del Segretariato generale, delle Direzioni generali e degli Uffi ci centrali del Ministero della difesa..” .Trattasi del provvedimento attuativo del taglio del 10% di organici/Uffici non dirig. disposto dalla L.148/2011, di cui abbiamo riferito in vari nostri Notiziari(nn. 116 e 119/2011 e n. 12 e n. 157/2012), e che è stato oggetto di confronto con le OO.SS. nazionali in data 13 dic. u.s. (vds. Notiziario n.174 di pari data). Il D.M. recepisce l’ulteriore riorganizzazione in chiave riduttiva dell’area centrale del Ministero, che si traduce nella costituzione di un nuovo Reparto, il VI°, che tratterà di contenzioso e affari legali, e nella soppressione dell’ ex Geniodife, che viene riconfigurata all’interno di Segredifesa. Prevede anche la ricollocazione all’interno del 1° Reparto della ex Civilscuoladife, rinominata CEFODIFE (Centro di formazione della Difesa), con le novità già indicate nel Notiziario n. 174 sopra richiamato. E’ bene però precisare, a tal riguardo, che le strutture di SGD, DD.GG. e UU.CC. così come configurate nel DM 16.01.2013, risultano di fatto già superate, rendendosi necessaria un’ulteriore loro riorganizzazione in senso riduttivo in attuazione degli ulteriori tagli agli organici ex DL 95, e di cui al DPCM 22.01.2013.
Comunichiamo infine che, nella G.U. n. 78 del 3 u.s., è stato pubblicato il DPR 12.02.2013, n. 29 che reca la riduzione delle dotazioni organiche del personale militare in attuazione della spending review.
In allegato le tabelle dell’A.D.; i testi integrali di DPCM, DM e DPR sono invece pubblicati sul nostro sito.
Riportiamo di seguito il Notiziario CSE n. 04 del 15 marzo 2013 relativo alla seconda riunione tra ARAN e Confederazioni sindacali maggiormente rappresentative sul lavoro precario nelle Pubbliche Amministrazioni.
La bozza di proposta di accordo quadro predisposta dall’Aran sulla base dell’atto di indirizzo del Dipartimento della Funzione Pubblica, su cui oggi è proseguito il confronto nella riunione appositamente convocata, non risponde in alcun modo alle esigenze prospettate in questi mesi dalla nostra Confederazione nel corso del confronto che si è sviluppato nell’ultimo anno con il Ministro della Funzione Pubblica e che ha portato, anche su questa problematica, alla firma dell’intesa del 3 maggio 2012.
La nostra azione, è bene ricordarlo, si è mossa lungo due linee di azione:
Ribadire la centralità del lavoro a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione e limitare invece l’utilizzo del lavoro precario solo a circostanze determinate ed eccezionali, al fine di evitare l’uso indiscriminato di questo strumento che, ovviamente, oltre a creare forti tensioni e problemi sociali rende anche difficile programmare le attività e rendere sempre più efficaci i servizi resi al sistema paese;
Prevedere per tutta la pubblica amministrazione, e per tutte le tipologie, il rinnovo dei contratti a termine in scadenza a luglio 2013, in un quadro programmato di eliminazione del precariato con l’avvio delle procedure di stabilizzazione.
La proposta dell’Aran, che trovate allegata al presente notiziario, pur essendo una prima bozza, non si discosta dai vincoli e dalle rigidità dell’atto di indirizzo e quindi non offre, allo stato attuale, alcuna sostanziale soluzione alle problematiche ed alle esigenze dei lavoratori precari.
Anzi prevede nei fatti l’allargamento delle fattispecie di utilizzo del lavoro precario, con un ventaglio di possibilità che lo renderebbero strumento ordinario e non eccezionale, aprendo la strada ad un’ulteriore precarizzazione del rapporto di lavoro nella pubblica amministrazione. In buona sostanza il tentativo di inserire nella P.A., per via contrattuale, tutti gli elementi portanti della cosiddetta riforma Fornero.
Con queste premesse e su questo testo, ovviamente, non ci sono le basi per definire un’intesa, ma neanche per proseguire un confronto che non sia un semplice rituale. Abbiamo bisogno, per rendere possibile il negoziato, di sostanziali modifiche da parte del Governo del mandato ricevuto dall’Aran.
Che, è bene dirlo da subito, non servono solo a proseguire il confronto alla ricerca di una possibile intesa, ma sono anche indispensabili per rendere coerenti poi gli eventuali accordi con il quadro normativo di riferimento che resta sempre, anche su queste problematiche, comunque la cornice di riferimento, sia per gli aspetti ed i vincoli di spesa, sia per le autorizzazioni ai rinnovi ed alle stabilizzazioni.
Questa è stata al tavolo la posizione della CSE, in coerenza con quanto tra l’altro anticipato con il notiziario n. 2 del 1 marzo 2013 .
Il Presidente dell’Aran, al termine della riunione che ha visto buona parte delle Confederazioni esprimere, anche se con toni e sensibilità diverse, posizioni critiche rispetto al testo presentato, pur consapevole della difficoltà del negoziato, dati gli attuali stretti margini di manovra, ha ritenuto necessario tenere comunque aperto il confronto, considerata la rilevanza della questione e le aspettative che vi sono riposte, impegnandosi a verificare con la Funzione Pubblica tutti gli ulteriori spazi di azione che rendano possibile, come da noi richiesto, il dispiegarsi di una vera trattativa e non invece il mero recepimento degli indirizzi dati dal governo. Verificheremo nei prossimi giorni se emergeranno sostanziali elementi di discontinuità rispetto ad oggi.
In ogni caso, ed a prescindere dal confronto in Aran sul CCNQ, è chiaro che sulla questione, visti i tempi comunque ristretti connessi alla necessità di avere garanzie sul rinnovo dei contratti in scadenza, non mancherà la nostra azione come CSE di vigilanza e di proposta ad ogni livello per garantire la continuità del rapporto di lavoro a tutti i nostri colleghi, oggi purtroppo, ancora precari.
Da qualche giorno si trova pubblicato sul sito di Persociv il Decreto Ministeriale datato 25.09.2012 che reca le dotazioni organiche provvisorie del personale civile , individuate ai sensi dell’art. 2, comma 6, del Decreto Legge 6.07.2012, n. 95 ( “spending review”), poi convertito nella Legge 7.08.2012, n. 135. La cosa ha generato qualche equivoco tra i colleghi, che certo ricordano bene gli esiti del confronto con l’A.D. sulla riduzione degli organici e non comprendono come questo DM rechi numeri diversi. Per questo motivo, è utile inquadrare bene la questione anche per evitare equivoci ed errate interpretazioni.
Partiamo dall’inizio: il comma 2 dell’ art. 2 della Legge 135 ha disposto un nuovo taglio del 10% della spesa rispetto ai costi relativi alle dotazioni organiche ridefinite in attuazione della Legge 148/2011. La Direttiva della F.P. n. 10/2012 ha tracciato il percorso operativo per dare attuazione a questo nuovo taglio, che la nostra Amministrazione, a differenza di altre, ha seguito alla lettera e che si è tradotto nella proposta convenuta con le OO.SS. nazionali, la quale, rispetto alle dotazioni organiche di personale civile non dirigente discendenti dalla L. 148/2011, le rimodula in complessive n. 27.777 unità così distribuite: n. 1.824 in area 1 (erano n. 63); n. 23.246 in area 2^ (erano n. 26.590); n. 2.681 in area 3^ (erano n. 3.630) e n. 26 professori. Per quanto invece riguarda il personale civile dirigente, la nuova dotazione organica è stata rideterminata in n. 117 posizioni (erano n. 133 nelle dotazioni discendenti dalla Legge 148).
Sappiamo che la F.P. ha già approvato quella proposta, che aveva peraltro due grandi meriti di cui abbiamo a suo tempo dato ampiamente atto all’Amministrazione: in primo luogo, far “rientrare” in organico il personale di area 1^ che dal 2005 era praticamente tutto eccedente; in secondo luogo, certificare sì n. 1.562 esuberi, ma tutti comunque ampiamente riassorbibili, una parte in area 1^ (n. 222) e una parte ben maggiore in area 2^(n. 1340). Sarà dunque questa la nuova dotazione organica del personale civile non dirigente, ma, per esserlo formalmente, dovrà essere recepita in un Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) recante le nuove dotazioni organiche delle Amministrazioni centrali, che però, allo stato, non ha ancora visto la luce in quanto, per quello che a noi risulta, il DPCM è fermo al MEF in attesa del necessario “concerto” del Ministro Grilli. Come altrettanto ferma, in attesa anch’essa dello stesso “concerto”, ci risulta essere la Direttiva della F.P. che dovrà dettare i criteri per la gestione e il riassorbimento degli esuberi con le regole ante Fornero, che doveva veder la luce entro novembre u.s. Ritardi forse entrambi dovuti a “congelamenti” di carattere elettorale: l’ipotesi, non peregrina, è venuta dal quotidiano IL SOLE 24 ORE.
Nelle more del DPCM con le nuove e definitive dotazioni, in via solo provvisoriagli organici attuali del personale civile sono quelli recepiti nel D.M. 25.09.2012, registrato dalla Corte dei Conti in data 27 nov. u.s., pubblicato sul sito di Persociv e anche su questa pagina come allegato. A tal riguardo, occorre ricordare il contenuto del comma 6 dell’art. 2 del D.L. 95, che dispone che fino all’emanazione del DPCM, “le dotazioni organiche sono provvisoriamente individuate in misura pari ai posti coperti alla data di entrata in vigore del presente Decreto”, e dunque alla data del 7.07.2012, e che sono poi quelle recepite nel D.M. 25.09.2012.
L’occasione è anche utile per informare i colleghi che il Consiglio dei Ministri dell’ 11 u.s., su proposta del Ministro della Difesa di concerto con il Ministro dell’Economia e Finanze, ha approvato in via definitiva il Regolamento attuativo dell’art.2, comma 3, del D.L. 95 che dispone la riduzione degli organici militari (esclusi Carabinieri e Corpo delle Capitanerie di Porto) da 190mila a 170mila; contestualmente, il prof. Monti ha firmato un DPCM che disciplina la predetta riduzione a 170mila unità delle dotazioni organiche dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica.
Riportiamo di seguito il Notiziario CSE n. 28 del 28.11.2012 relativo al secondo tavolo tecnico tenutosi presso il Dipartimento della Funzione Pubblica in ordine alle importantissime problematiche legate ai lavoratori precari che operano nell’ambito del Pubblico Impiego.
“Come preannunciato nel notiziario del 23 u.s., questa mattina si è svolto presso il Dipartimento della Funzione Pubblica un secondo incontro del tavolo tecnico con lo scopo di verificare le possibili disponibilità del Ministro Patroni Griffi in ordine alle diverse ed importantissime problematiche legate ai lavoratori precari che operano nell’ambito del Pubblico Impiego.
A tal proposito vale la pena di ricordare che nella precedente riunione la stessa Funzione Pubblica aveva fornito un primo tabulato con alcuni dati, parziali, che quantificavano il fenomeno del lavoro precario nella P.A. in circa 80 mila unità, mentre le Confederazioni Sindacali hanno rivendicato con forza una soluzione politica tesa a definire una proroga generale dei contratti in essere, al fine di evitare la drammaticità di situazioni occupazionali di fortissime dimensioni.
Ebbene, in apertura della riunione di oggi il Cons. Naddeo, Capo Dipartimento della Funzione Pubblica, ha fornito un nuovo dato numerico relativo al censimento dei lavoratori precari nel Pubblico Impiego suddiviso per Comparti (Autorità Centrali, Settore Scuola e Settore Regioni e Autonomie Locali), che definisce una dimensione del fenomeno superiore a 250 mila unità; in più, ed è la cosa per la quale ci siamo battuti, ha comunicato che nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri, prevista per venerdì 30 novembre, il Ministro Patroni Griffi dovrebbe far approvare un emendamento al DL di Stabilità con il quale si prorogano di altri sei mesi i contratti in essere, di qualsiasi tipo essi siano.
A questo punto, una volta approvato l’emendamento e definito lo specifico atto di indirizzo, si potrà effettivamente far decollare il CCNQ sul Precariato da definirsi presso l’ARAN e che dovrebbe fissare gli strumenti normativi e le regole a fattor comune utili alle parti (Amministrazioni e forze sociali) per la stipula dei nuovi contratti. Una notizia positiva e per certi versi inaspettata visto le recenti dichiarazioni del Ministro, ma che fa rimanere inalterato il nostro convincimento sulla necessità di trovare soluzioni tese a definire un percorso di stabilizzazione dei contratti di lavoro in essere e sul quale ovviamente necessiterà un nuovo e maggiore impegno di carattere politico e, forse, di un nuovo esecutivo che ne prenda in carico la soluzione.
L’incontro in Funzione Pubblica è stato anche l’occasione per ribadire la necessità di definire in sede politica quelle problematiche ancora in sospeso e ritenute dalle forze sociali di assoluta importanza:
– prima e unica riunione e la consegna e la discussione su quelli ancora mancanti (Agenzie Fiscali, MEF, INPS, Giustizia, Interni, Esteri);
– la definizione di un accordo quadro sulle relazioni sindacali ed in particolare sulla mobilità;
– la riapertura del tavolo sulla spending review per l’esame congiunto e la valutazione sui dati consegnati nella definizione di un accordo quadro che recepisca i nuovi volumi delle prerogative sindacali connessi alla accertata rappresentatività.
Su queste problematiche il Cons. Naddeo, che ha presieduto la riunione, si è impegnato a riferire al Ministro Patroni Griffi che, ci auguriamo, nella giornata di lunedì 3 dicembre, data fissata per la prossima riunione sul tavolo del Precariato, possa individuare e proporre uno specifico calendario di incontri.
Si allega il tabulato fornito dalla Funzione Pubblica sul lavoro precario nel Pubblico Impiego con proiezioni dal 2007 al 2011 e si fa riserva di prossime comunicazioni al riguardo.
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