Comeè già noto a tutti, in data 15 u.s. il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (c.d. “Disegno di Legge di Bilancio 2017”), che in passato aveva assunto altre denominazioni (DDL finanziaria; DDL di stabilità).
Ne pubblichiamo su questa pagina il testo ancora in bozza recante la data del 24.10.2016 con le ulteriori modifiche e integrazioni operate nella giornata di ieri 26 ottobre 2016 (allegato 1), e dunque molti giorni dopo dopo la riunione del Consiglio dei Ministri che lo ha approvato, eche però potrebbe però ancora subire alcune modifiche e integrazioni.
Pubblichiamo anche le slide sui contenuti della manovra che hanno accompagnato l’illustrazione del provvedimento da parte del Presidente Renzi nella conferenza stampa del 15 u.s. (allegato 2) e la Nota di aggiornamento del DEF 2016, con la tabella che riguarda specificamente il nostro Ministero (allegato 3)
Si tratta, nel complesso, di una manovra finanziaria di circa 27 miliardi di euro, che presenta aspetti indiscutibilmente positivi (per es., lo stop all’aumento di due punti dell’IVA e delle accise, eredità delle finanziarie precedenti, che avrebbero fatto schizzare in alto i prezzi), altri in chiaroscuro (per es., le misure in materia previdenziale, in primo luogo l’introduzione dell’anticipo pensionistico-APE) ed altri decisamente in negativo (per es., le scelte in materie di pubblico impiego, che assegna somme decisamente insufficienti ai rinnovi contrattuali).
Per quanto attiene la Difesa, da una prima velocissima lettura il testo del DDL non risulta contenere la norma, che ci è stata illustrata dal Sottosegretario Rossi nella riunione del 10 ottobre u.s. (vds. Notiziario n. 116 di pari data), sulla costituzione del Fondo Integrativo aggiuntivo; in compenso, lo stesso DDL stabilizza per il personale del Comparto Sicurezza e Difesa il c.d. “bonus sicurezza” e stanzia altre quasi 340 milioni di € per il riordino delle carriere del personale di quel comparto e per la c.d. equiordinazione. Evitiamo al momento ogni commento, e lo rimandiamo al momento in cui sarà finalmente disponibile il testo definitivo del DDL.
Per facilitare i colleghi interessati nella ricerca delle norme di maggiore interesse, facciamo presente che, all’interno della bozza di DDL che pubblichiamo in allegato 1, le misure in materia di lavoro e previdenza si trovano a pag. 31, quelle che riguardano i rinnovi contrattuali a pag. 64 e quelle infine che attengono alla spesa dei Ministeri a pg. 74.
Nei prossimi giorni, avremo modo di tornare sui contenuti del disegno di legge, sia con riferimento a quelli di carattere generale e di impatto sul pubblico impiego che troveranno spazio nei comunicati della nostra Federazione, sia con riferimento a quelli che toccano più da vicino il Ministero della Difesa e il suo personale, cui dedicheremo specifici Notiziari.
La slide che ha accompagnato le comunicazioni del Presidente Renzi sulle scelte in materia di P.I.
Si riporta di seguito il testo del Notiziario FLP n. 29 redatto dal nostro D.P.E.F. e diffuso in data 20 u.s. che, nel momento in cui tarda ad uscire il DDL di bilancio 2017, reca una disamina interessantissima sulle entrate e sulle spese dello Stato, dal quale si evince che i soldi per i contratti ci sarebbero, eccome!
“All’inizio della settimana è stato annunciato il varo della Legge di stabilità per il 2017, ed è ripartito il balletto sulle somme destinate al rinnovo contrattuale dei dipendenti pubblici. Purtroppo, all’annuncio non sono seguiti testi normativi e così tocca fare stime laddove invece dovrebbero esserci certezze sugli stanziamenti. Alla fine, comunque, non si andrà oltre i 900 milioni per tre anni di cui si parla insistentemente. E il refrain è sempre lo stesso: non ci sono i fondi, ci sono altre priorità.
Una volta preso atto che il Governo Renzi considera maggiormente prioritario il ponte sullo stretto di Messina rispetto al rinnovo contrattuale per lavoratori che aspettano da oltre sette anni, proviamo un po’ a spulciare i conti dello Stato per vedere se davvero il piatto piange così tanto.
Iniziamo dalle spese: dal 2012 al 2015, grazie alle manovre di Quantitative easing (QE) lanciate dalla Banca Centrale Europea gli interessi sul debito pubblico sono passati da 85 a 68 miliardi di euro all’anno, con un risparmio di 17 miliardi di euro, che diventano oltre 20 in base alle stime dell’Ufficio Studi CSE per il 2016, che dovrebbero portare la spesa per interessi sotto i 65 miliardi di euro. Da quando Renzi è al Governo a tutto il 2016, i risparmi per interessi ammonteranno a circa 9 miliardi. Non pochi!
Di segno contrario invece le entrate dello Stato, che sono cresciute dai 771 miliardi del 2012 ai 784 del 2015 e promettono di arrivare a quota 790 miliardi alla fine del 2016. Un altro tesoretto di 19 miliardi di euro, che possiamo limitare a 14 dal 2014, anno in cui si è insediato il Governo Renzi.
Sommando queste due voci (minori spese e maggiori entrate) si arriva a circa 40 miliardi di euro di maggiori disponibilità in quattro anni (23 se ci limitiamo a fare i conteggi a partire dall’insediamento del Governo Renzi).
Nello stesso periodo le spese per il personale della pubblica amministrazione sono diminuite di circa 7 miliardi di euro. Come dire che basterebbe spendere per i dipendenti pubblici quanto si spendeva nel 2012 e il contratto sarebbe bello che rinnovato! E dire che il nostro contratto in effetti non costerebbe 7 miliardi ma quella sarebbe la somma da iscrivere a bilancio; circa un terzo rientrerebbe però per effetto delle maggiori imposte sui redditi che i dipendenti pubblici pagherebbero e per le minori spese relative agli 80 euro di bonus.
Intanto, tornando al tesoretto, che fine hanno fatto questi 40 miliardi? Magari scopriamo che sono stati investiti nella crescita del Paese oppure in istruzione e ricerca. Quello che è certo è che nelle nostre tasche ci è finito poco o niente e che la differenza tra le spese e le entrate, nonostante la situazione favorevole che vi abbiamo descritto, ha generato comunque un disavanzo di circa 50 miliardi di euro.
In ricerca purtroppo non è finito un euro in più: le somme spese tra il 2012 e il 2015 sono le medesime. Normale che il Paese non cresca. E nemmeno nel futuro abbiamo investito a sufficienza, dato che la spesa per l’istruzione dei nostri figli nel quadriennio è addirittura calata di un miliardo di euro.
E allora, i soldi dove sono finiti? Sono finiti in parte a finanziare il bonus di 80 euro ma, la parte più cospicua è finita nelle tasche degli (im)prenditori, sotto forma di riduzione del costo del lavoro.E senza alcuna contropartita, né in termini di crescita di posti di lavoro né di investimenti produttivi da parte di questi ultimi. Solo per restare alle voci principali, sono stati destinati alla deducibilità del costo del lavoro dall’IRAP 4,5 miliardi; per gli sgravi contributivi per i nuovi contratti a tempo fintamente indeterminato sono stati elargiti altri 4.5 miliardi di euro. Da notare che questi sgravi non hanno premiato l’aumento dei posti di lavoro ma genericamente le assunzioni, tanto che nella maggior parte dei casi o si sono verificati licenziamenti e riassunzioni con sgravi oppure le assunzioni hanno riguardato il tempo necessario ad incassare gli sgravi e gli ultimi dati dell’Istat confermano che finiti questi le imprese stanno licenziando. Quasi 10 miliardi sono stati spesi per gli 80 euro, che però non tengono conto del reddito familiare e non aiutano gli incapienti cioè i più poveri in assoluto. Un altro miliardo e duecento milioni sono stati destinati alla riduzione delle assicurazioni per gli infortuni sul lavoro. Per non parlare dell’abolizione dell’IMU sulla prima casa a prescindere dal reddito, che ci è costata 4 miliardi di euro!
Il guaio è che in tutti questi casi si tratta di mance elettorali che non sono servite a migliorare la nostra competitività. Infatti, continuiamo ad essere uno dei paesi con la più bassa produttività che non vuol dire, come pensa qualcuno, che lavoriamo poco ma semplicemente che il lavoro che si svolge nel nostro Paese è a scarso valore aggiunto cioè produce poca ricchezza o perché fatto in settori a bassa tecnologia e ad alto impiego di mano d’opera poco qualificata o perché i nostri impianti industriali sono obsoleti e avrebbero bisogno di investimenti.
Siamo arrivati al punto che anche la congiuntura economica e il tasso di cambio euro/dollaro, entrambi favorevoli, hanno prodotto un effetto molto limitato in termini di occupazione perché, a forza di non fare investimenti e competere solo abbassando il costo del lavoro, non produciamo più merci appetibili come in passato. Paradossalmente, anche i soldi arrivati nelle tasche con i bonus vari hanno finito per fare aumentare le importazioni di beni anziché migliorare la nostra situazione produttiva.
Insomma, ci comportiamo come un paese del terzo mondo che anziché investire in capitale umano e in tecnologia, preferisce competere abbassando il costo del lavoro e dando soldi cash agli (im)prenditori di casa nostra, gli stessi che non a caso sono schierati come un sol’uomo con il Governo e si dichiarano per il Si al referendum costituzionale, anche per mantenere in sella colui che sin qui si è rivelata la gallina dalle uova d’oro.
Ma tornando ai numeri, visto che i 40 miliardi di euro di tesoretto non sono andati né in riduzione della spesa (gli sprechi sono sempre lì) né in riduzione del debito pubblico (che è salito), ci sarebbero stati tranquillamente sia il rinnovo del nostro contratto che investimenti in tecnologia e formazione per rendere più competitiva anche la pubblica amministrazione.
Per questo, a chi in questi giorni parla genericamente di rilancio della pubblica amministrazione, rispondiamo in modo netto:
Prima i soldi per i rinnovi contrattuali, poi tutto il resto!
È giunto il momento di rivendicare il nostro ruolo nel Paese. I soldi ci sono e vengono regalati a coloro che già ne hanno tanti e sono diventati la vera base sociale di questo Governo! In una nuova lotta – di stampo novecentesco – tra capitale e lavoro, il Governo si è schierato nettamente a favore del capitale e contro i lavoratori. Per questo non siamo disposti a fare sconti e a parlare di aumenti selettivi in base a leggi obsolete. Siamo pronti invece a discutere di miglioramenti della macchina amministrativa e ad individuare misure innovative, ma solo dopo che il Governo avrà messo sul tavolo i soldi che servono per rinnovi contrattuali soddisfacenti, fino all’ultimo euro!
DPPF – Dipartimento politiche economiche e fiscali FLP “
Intanto, del testo del DDL ancora nemmeno la traccia, ma in settimana dovrebbe approdare alla Camera.
Nel frattempo, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 249 di ieri il Decreto Legge 22 ottobre 2016, n. 193 recante “Disposizioni urgenti in materia fiscale e per il finanziamento di esigenze indifferibili”, la c.d. “manovrina” del 2016, che pubblichiamo in allegato su questa stessa pagina, e che, tra l’altro, dispone la soppressione di Equitalia spa e la sua trasformazione in una Agenzia di riscossione collocata all’interno di Agenzia delle Entrate e anche tagli lineari ai Ministeri, e dunque anche alla Difesa, per oltre 410 milioni di €.
In allegato 2, pubblichiamo invece il “Documento programmatico di bilancio relativo all’anno 2017 predisposto dal MEF”
Riportiamo di seguito il Notiziario FLP n. 28 del 1.09.2014, in cui la nostra Federazione commenta alcune uscite ferragostane del nostro Presidente del Consiglio.
“Il 14 agosto scorso il Presidente del consiglio Renzi ha rilasciato la seguente dichiarazione alla stampa: “La crescita non si innesca abbassando i salari e facendo riforme che dovrebbero essere finalizzate all’abbassamento della qualità della vita dei lavoratori con la motivazione che saremmo più competitivi”.Di fronte a dichiarazioni di questo genere ci sembra di essere davanti ad una sorta di dottor Jekyll e Mr. Hyde, un personaggio che si trasforma a seconda delle circostanze.(altro…)
Notiziario n. 58 del 30 giugno 2014 –
La Ministra Madia a FORUM PA 2014
Riportiamo di seguito il testo del Notiziario FLP n. 18 del 28 maggio 2014 nel quale si dà notizia in ordine alla partecipazione della CSE/FLP al Forum PA e alla grande affluenza di pubblico che stiamo registrando al nostro stand.
È iniziato ieri il Forum PA, massima manifestazione sulla pubblica amministrazione nel nostro Paese.
La prima giornata è stata densa di convegni, seminari e altre iniziative relative alla PA ed alla necessità di mettere in campo significative iniziative di cambiamento che avvicinino sempre più le amministrazioni ai bisogni ed alle aspettative dei cittadini e dei lavoratori.
Il convegno che ha inaugurato la manifestazione ha visto la partecipazione del Ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia che ha risposto a numerose domande formulate da parte di una vasta platea di “stakeholders” e riguardanti sia l’annunciata riforma della pubblica amministrazione sia gli ulteriori progetti relativi il suo dicastero.
La FLP e la CSE hanno partecipato al convegno con una nutrita delegazione guidata dal Segretario Generale Marco Carlomagno, che ha illustrato al Ministro i due documenti messi a punto nei giorni scorsi sul rinnovo dei contratti e sui 44 punti di riforma elencati nella lettera inviata dal Presidente del Consiglio Renzi ai lavoratori pubblici (ma non ai loro rappresentanti).
Si sta rivelando vincente la scelta fatta da FLP e CSE di essere presenti – unico sindacato – con uno stand al Forum PA: durante tutta la giornata di ieri, infatti, numerosi operatori del settore, dirigenti, lavoratori sono transitati allo stand, hanno chiesto informazioni ed hanno apprezzato il nostro materiale e soprattutto la volontà della FLP di essere protagonista e interlocutore stabile e centrale, attraverso le proprie proposte, di ogni cambiamento, nell’interesse dei cittadini e dei lavoratori.
Abbiamo deciso da tempo di non lasciare che siano solo i soggetti cosiddetti istituzionali a parlare di cambiamento. Vogliamo far sentire la nostra voce nell’interesse di chi meglio di ogni altro conosce il mondo del lavoro pubblico e sa come migliorarlo senza fare macelleria sociale.
Contrapporremo sempre all’estemporaneità dei gesti o alla subalternità alla politica la nostra competenza e la fermezza di chi è autonomo, libero e senza padroni.
Trascriviamo di seguito integralmente la nota che in data odierna la Segreteria Generale della CSE ha inviato al Presidente del Consiglio Matteo Renzi in ordine ai recenti annunci del Governo in materia di rilancio dell’economia, di spending review e di riordino della PA.
” Signor Presidente del Consiglio, la riforma dello Stato, dei livelli di governo e della pubblica amministrazione, unitamente alla necessità di dare un primo segnale per rilanciare il potere d’acquisto di chi ha meno, hanno costituito le prime opzioni del nuovo Governo da Lei presieduto. Sono senza dubbio un primo passo, assolutamente condivisibile, tanto è che in questi anni tali materie sono state oggetto di numerose iniziative della nostra confederazione sindacale.Siamo infatti convinti che sia necessario uscire dalla crisi economica attraverso una politica di rilancio dei consumi che può essere garantita solo dando fiato ai salari, agli stipendi ed alle pensioni da troppi anni bloccati. Scelte, queste annunciate, che per la CSE debbono però avere garanzia di finanziamento e di stabilità anche negli anni a venire, non solo per i lavoratori dipendenti ma anche per i pensionati. Debbono dare speranza alle nuove generazioni creando occupazione, unitamente ad una riforma del mercato del lavoro che deve essere in grado di superare la precarietà.
Con la stessa franchezza con la quale abbiamo commentato i primi annunci in materia di proposte per il rilancio dei consumi e di riforme istituzionali, dobbiamo dirle che abbiamo accolto con notevole preoccupazione molti aspetti della relazione che il Commissario Cottarelli ha presentato nei giorni scorsi in Senato. Nel rilevare come Ella abbia a questo proposito voluto rappresentare come il lavoro svolto dal Commissario sia un lavoro “tecnico” e che invece le scelte politiche spettano al Governo intendiamo quindi da subito ribadire alcuni concetti per noi dirimenti. L’approccio di Cottarelli e del suo staff, a differenza di quanto annunciato all’insediamento, è ancora legato alle politiche nefaste dei tagli lineari, si muove in buona parte nella medesima direzione del passato, e mediante annunci roboanti di presunte eccedenze di circa 85.000 pubblici dipendenti, riprende del tutto impropriamente la propaganda anti dipendente pubblico ormai in voga da anni nel nostro Paese, inaugurata dalle campagne sui “fannulloni” tante care a Brunetta ed ai governi precedenti. L’idea di fare “rivisitazione della spesa” solo sulle spalle dei lavoratori pubblici, prima bloccando i contratti, poi tagliando in modo consistente il salario di produttività ed infine minacciando licenziamenti di massa, è non solo ingiusta e lesiva della dignità e della professionalità di centinaia di migliaia di lavoratori, ma è anche profondamente sbagliata dal punto di vista dell’equità, della sostenibilità e della tenuta dello stato sociale.
Bisogna invece, ed è quello che noi auspichiamo, mettere in campo una politica e scelte che aggrediscano i veri nodi legati agli sprechi ed ai privilegi, alle tantissime ed ingiustificate esternalizzazioni delle attività, alle consulenze, ai mega stipendi dei manager ed a quelli dei troppi dirigenti generali della pubblica amministrazione, alle duplicazioni organizzative e gestionali volute in questi anni dal sistema dalla cattiva politica per creare consenso e poltrone. Questo Paese ha certamente bisogno di ripensare alla pubblica amministrazione in modo organico e lo deve fare partendo dalle preannunciate riforme istituzionali e dei livelli di governo, garantendo al Paese una pubblica amministrazione sempre più vicina ai cittadini, semplificata nelle procedure, fattore di sviluppo e non di freno della nostra economia. Si può, anzi si deve parlare di spending review, ma senza diminuire i servizi e le tutele per i più deboli, senza abbassare la guardia ed il presidio sul territorio nei campi della legalità e della sicurezza, del contrasto all’evasione fiscale e previdenziale, recuperando le sacche di inefficienza, riorganizzando la macchina organizzativa, mettendo al centro di un processo veramente riformatore e non, invece, demolitore le risorse umane e le professionalità tanto presenti nel nostro lavoro pubblico.
Per fare questo è necessaria una coraggiosa politica di tagli agli sprechi, ma soprattutto un’immediata iniziativa del Governo per rinnovare i contratti dei lavoratori del pubblico impiego. Ripensare la PA, significa garantire servizi e “buone pratiche”, contare su dipendenti motivati, formati e meglio pagati. Significa mettere in soffitta, nell’organizzazione del lavoro e degli Uffici e nella gestione del rapporto di lavoro, quella burocrazia e quelle farraginosità ottocentesche che Brunetta ha riproposto con un’anacronistica rilegificazione, ridando invece nuova dinamica alla partecipazione , all’impegno ed al merito. Per fare avanzare un vero processo di innovazione e di riforma è necessario che riprenda un confronto serrato ed a tutto campo con chi ogni giorno opera nei diversi settori della PA, evitando le semplificazioni ed i consigli dei soliti noti, e/o dei tagliatori di testa per professione. Non è possibile che di riforme e di lavoro pubblico ne parlino tutti tranne coloro che ogni giorno vivono in prima persona le problematiche e sono quelli che poi dovranno far camminare sulle loro gambe le scelte assunte.
La CSE, confederazione sindacale rappresentativa nei comparti del pubblico impiego, nata dieci anni fa per dare voce ai lavoratori ed alle lavoratrici che non si sentivano più rappresentati da sindacati ormai burocratizzati e lontani dai loro bisogni ed aspettative, che volevano vedere riconosciuta la propria dignità e contribuire con il proprio lavoro al miglior funzionamento delle amministrazioni in cui operavano, non intende certo rinunciare al suo ruolo di rappresentanza, in un momento in cui c’è bisogno di più e vero sindacato.
Tenuto conto quindi della centralità delle questioni poste e di quanto da Lei più volte dichiarato con riferimento all’importanza delle stesse, Le chiediamo l’immediata apertura di un confronto, reale e non formale, con le parti sociali, a partire da un urgente incontro per rappresentarle le nostre priorità e proposte.
In attesa di riscontro inviamo distinti saluti.
Il Segretario Generale CSE – Marco Carlomagno
Notiziario n. 14 del 14 febbraio 2014 –
Sergio Gasparrini, Presidente dell’ARAN
Riportiamo di seguito il Notiziario CSE n. 2 del 10.02.2014, in cui si da notizia dell’incontro fra le Confederazioni del Pubblico impiego e l’ARAN convocato allo scopo di definire un nuovo Contratto Collettivo Nazionale Quadro sul Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS).
” In data 6.2.2014, dopo una prima riunione tenutasi a gennaio di carattere assolutamente interlocutorio e di “ripresa delle attività” in tema di relazioni sindacali sospese oramai da tempo immemore tenutasi, l’ARAN ha convocato una seconda riunione con le Confederazioni maggiormente rappresentative del Pubblico Impiego allo scopo di definire un nuovo Contratto Collettivo Nazionale Quadro sul Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS).
E’ appena il caso di sottolineare come l’argomento, comunque importante nel contesto legato alla materia dell’igiene e della sicurezza sui luoghi di lavoro, è regolato da un primo ed unico CCNQ datato 10 luglio 1996 e che successivamente, con il D. Lgs 81/2008, sono state inserite alcune modificazioni importanti per via legislativa che richiedevano già in allora la rivisitazione del CCNQ.
Dopo mesi e mesi di silenzio assordante del Ministro della Pubblica Amministrazione e dell’ARAN su tutte le importantissime questioni che riguardano i lavoratori del Pubblico Impiego, dalle relazioni sindacali alla spending review per non parlare del mancato rinnovo dei contratti di lavoro bloccati da oltre 5 anni, il confronto con la parte pubblica dovrebbe riprendere sulla tematica degli RLS …
Come è nostro costume abbiamo partecipato e portato il nostro contributo ad una riunione che comunque, e non ci voleva tanto a prevederlo, si è caratterizzata per i suoi contenuti assolutamente interlocutori e per l’ennesima genericità sia della proposta di parte pubblica che di molti interventi “sindacali”…
L’ARAN si è limitata a consegnare una pagina contenente l’indice degli argomenti da trattare (sono gli 11 punti che caratterizzano il precedente CCNQ ), confermando al contempo di non avere ancora ricevuto dal Ministro della Funzione Pubblica D’Alia il necessario atto di indirizzo sulla materia (della serie: intanto ci mettiamo avanti con il lavoro!!).
La CSE è del parere che bisogna andare ad un nuovo accordo che non solo adegui i contenuti del CCNQ alle sopravvenute modifiche normative, ma che soprattutto rafforzi le prerogative e le agibilità dei lavoratori nello svolgimento di tali delicate ed importanti funzioni, in una fase in cui i forti tagli lineari alle pubbliche amministrazioni riducono gli spazi ed il numero degli Uffici, la possibilità di manutenzione sulle infrastrutture, le stesse politiche della formazione e dell’aggiornamento, argomenti questi profondamente connessi con la sicurezza e la salubrità dei luoghi di lavoro, nonché con il ruolo e la funzione del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza.
A nostro parere, quindi, non basta una lettura tecnica ed asettica dei testi, una mera riformulazione astratta dei contenuti del previgente CCNQ, ma bisogna capire esattamente il mandato dell’ARAN e cosa intendono “spendere” su questa materia.
Non siamo infatti interessati al balletto di chi, per dimostrarsi comunque impegnato (e parliamo sia dell’ARAN – che deve “giustificare la pagnotta” – che di qualche altra OO.SS.), prende tempo per non essere costretto a chiedere di aprire il confronto sul rinnovo del contratto di lavoro che è l’assoluta priorità di questo momento.
La CSE invece già a maggio 2013 ha presentato alle controparti le piattaforme per il rinnovo dei contratti, ha proposto come e dove reperire le risorse necessarie, ha denunciato le iniquità insite nel blocco di contratti e del salario accessorio, ha portato per il tramite della sua Federazione FLP, che ha ottenuto l’importante ordinanza del Giudice del lavoro di Roma, la questione di incostituzionalità innanzi alla Corte Costituzionale.
Certo che parteciperemo ai momenti di “approfondimento” che l’ARAN ha preannunciato di voler calendarizzare sulla questione RLS, ci mancherebbe altro. Anche su questo faremo bene la nostra parte. Ma sia chiaro a tutti che non ci lasceremo distrarre per un solo momento!!
Come CSE ed FLP continueremo ad incalzare le controparti e riproporremo ai lavoratori pubblici le nostre proposte ed iniziative. A partire dalla nuova giornata di mobilitazione e di lotta, a difesa del lavoro pubblico, per il rinnovo dei contratti e contro le politiche di smantellamento della PA che ci vedrà manifestare il 28 febbraio 2014 a Roma dinanzi al Dipartimento della Funzione Pubblica.
LA SEGRETERIA GENERALE CSE
Notiziario n. 128 del 29 novembre 2013 –
Una seduta della Corte Costituzionale
Riportiamo di seguito il Notiziario FLP n. 52 del 28.11.2013 con il quale la nostra Federazione dà notizia di un importantissimo pronunciamento del Tribunale di Roma (vds. allegato) che ha recepito la sostanza delle argomentazioni poste a base del ricorso promosso da FLP-FIALP nel 2011 e poi concretizzatesi nei ricorsi del 2012 (vds allegati nn. 2 e 3 pubblicati sul nostro sito) e ha chiesto alla Corte Suprema di pronunciarsi sulla costituzionalità del blocco.
” Il Tribunale di Roma, sezione controversie del lavoro, con un’ordinanza emessa il 27 novembre 2013 ha accolto il ricorso presentato nel 2012 dalla FLP, da FIALP e da circa 3.200 lavoratori pubblici – costituitisi in giudizio “ad adiuvandum” – assistiti e rappresentati dagli Avvocati Lioi, Mirenghi e Viti, e ha dichiarato rilevante e non infondata l’eccezione di incostituzionalità sollevata sul blocco dei contratti e degli stipendi dei dipendenti pubblici, contenuti nel DL 78/2010 e nel DL 98/2011 per contrasto con gli artt. 2, 3, 35, 36, 39 e 53 della Costituzione, rimettendo gli atti alla Corte Costituzionale che ora dovrà pronunciarsi in merito.
L’ordinanza del giudice Ileana Fedele è la prova che è possibile non subire passivamente le ingiustizie se ci si affida a sindacati che lottano per davvero per riaffermare i diritti dei lavoratori. Siamo partiti, da soli, due anni fa con l’iniziativa “Un euro per la giustizia”, abbiamo chiesto ai lavoratori di affiancarci per fare dichiarare incostituzionale il blocco dei contratti e degli stipendi, abbiamo spiegato che la crisi internazionale non dipendeva certo dai dipendenti pubblici e quindi questi non potevano essere gli unici chiamati a pagare. Ed è esattamente ciò che il Tribunale di Roma ha riconosciuto.
In questa amara vicenda alcuni sindacati si sono limitati prima a fare i “bollettini di guerra”, annunciando ogni giorno quanti soldi perdevano i lavoratori pubblici per effetto del blocco dei contratti; poi a chiedere a governo e Parlamento che si aprissero i contratti solo per la parte normativa, senza aumenti stipendiali. Altri sindacati annunciano solo ora, dopo tre anni di blocco dei contratti di voler presentare i ricorsi per incostituzionalità delle norme. E nessuno di loro, né confederali né autonomi o di base, ha mai messo in mora il Governo presentando la piattaforme contrattuali.
La FLP invece ha agito su tutti i fronti: abbiamo preparato i ricorsi due anni fa, li abbiamo depositati e nel frattempo abbiamo anche presentato all’ARAN e al Governo le piattaforme contrattuali e dichiarato, in audizione alle Camere, che contratti senza aumenti stipendiali non ci bastavano. I fatti ci dicono che la strada seguita era quella giusta!!
Ma esaminiamo nel dettaglio cosa ha scritto nell’Ordinanza il Giudice di Roma che ha rimesso gli atti alla Corte Costituzionale, perché gli argomenti usati sono di un’importanza fondamentale nel riconoscimento dei diritti dei lavoratori pubblici:
1. Violazione degli articoli 35, 36 e 39 della Costituzione: non si può sospendere il diritto alla contrattazione solo perché il datore di lavoro è lo Stato in quanto gli incrementi retributivi derivanti dai contratti sono il parametro di riferimento per determinare la giusta retribuzione in base all’articolo 36 della Costituzione e quindi, con il blocco di contratti e stipendi, vi è il dubbio che sia stato violato il principio di proporzionalità e sufficienza della retribuzione. Un contratto solo normativo, attivato per il biennio 2013-2014 e senza recupero per il triennio 2010-2012, non sanerebbe questa violazione. In breve, il Tribunale di Roma è dell’idea che i contratti vanno rinnovati con i giusti e sacrosanti aumenti stipendiali!!
2. Violazione dell’articolo 3 e dell’articolo 2 della Costituzione: in merito a questi punti il ragionamento del Tribunale è semplicissimo. Se vi è una situazione di crisi che richiede sacrifici e tagli alla spesa pubblica questa non può essere risolta facendo pagare i costi solo ad una parte della collettività (i dipendenti pubblici) senza violare il principio di uguaglianza (articolo 3 della Costituzione) e il principio di solidarietà sociale, politica ed economica, che devono essere rapportati all’intera comunità e non solo a una parte (articolo 2 della Costituzione)
3. Precedenti blocchi dei contratti (1992): il fatto che la Corte Costituzionale si sia già pronunciata in merito al blocco contrattuale varato dal Governo Amato nel 1992, dichiarandolo legittimo, non rileva in quanto in quel caso, oltre all’emergenza nazionale e all’eccezionalità del caso, vi era l’assoluta temporaneità della sospensione degli aumenti contrattuali. Viceversa, non può in alcun caso – secondo il Giudice Fedele – ritenersi transitorio ed eccezionale un blocco dei contratti e degli stipendi che si protrae per quattro anni!!
Per la puntuale esposizione dei motivi contenuti nell’Ordinanza del Tribunale di Roma in accoglimento delle richieste della FLP, possiamo ben dire che si tratta di un risultato di eccezionale importanza che premia le capacità e l’iniziativa della FLP, che non si è arresa di fronte alle ingiuste e penalizzanti azioni dei governi che si sono succeduti in questi anni sia con riferimento al blocco della contrattazione che all’attacco alla dignità e al valore del lavoro pubblico. Una risposta a quelle OO.SS che in questi mesi, incredibilmente, invece di incalzare il governo hanno chiesto di sbloccare i contratti solo per la parte normativa.
La nostra azione a tutti i livelli, quindi, proseguirà, affinché, anche in sede di esame di costituzionalità delle norme impugnate, prevalgono le ragioni di giustizia sociale, equità e rispetto delle regole da noi con forza invocate.
Ai sindacati che non si sono mossi finora, ricordiamo che possono sempre costituirsi “ad adiuvandum” nel giudizio davanti alla Corte Costituzionale, seguendo l’esempio di migliaia di lavoratori che sono stati più lungimiranti e lo hanno già fatto; ai sindacati che hanno annunciato i ricorsi in questi giorni (sic!), dopo solo tre anni di blocco contrattuale, proponiamo di risparmiare i soldi dei loro iscritti e unirsi a noi nel giudizio davanti alla Suprema Corte. D’altronde un ricorso presentato oggi sarebbe anacronistico e superato dai fatti e dagli atti prodotti dalla FLP.
IL SEGRETARIO GENERALE – f.to Marco Carlomagno “
Dunque, davvero una buona notizia! Lasciamo solo immaginare cosa succederebbe nel caso in cui la Corte Costituzionale dichiarasse l’incostituzionalità dei provvedimenti di che trattasi, con ovvia e naturale ricaduta anche sulla più recente proroga del blocco di contratti e retribuzioni sino al 31.12.2014.
Vi terremo informati sugli sviluppi ulteriori dell’iniziativa della nostra Federazione.
Riportiamo di seguito il Notiziario FLP n. 46 del 28.10.2013 relativo alle misure di finanza pubblica contenute nel disegno di legge di stabilità 2014 presentato dal Governo, che reca in allegato la nota della nostra Federazione già inviata alla Presidenza del Consiglio con la dichiarazione dello stato di agitazione dei lavoratori pubblici.
“Finalmente iniziano a venir fuori i testi e le tabelle del disegno di legge di stabilità approvato dal Governo un paio di settimane fa e adesso in discussione alle Camere, non prima di essere stato inviato a Bruxelles (sic) per una sorta di approvazione preventiva.
Per i dipendenti pubblici è l’ennesimo massacro: blocco dei contratti per tutto il 2014 (ma con la previsione di blocco fino al 2017), blocco degli stipendi, blocco del turn-over, taglio dello straordinario, diminuzione del salario accessorio in proporzione al numero di lavoratori andati in pensione, rateizzazione della buonuscita.
Eppure i soldi per i rinnovi dei contratti ci sarebbero e la convenienza economica anche – sotto forma di aumento della domanda interna – ma si è sin qui preferito far pagare la crisi ai dipendenti pubblici e alle fasce più deboli della popolazione che, gioco forza, riducendosi sia il numero di coloro che devono erogare i servizi che la loro motivazione a causa di stipendi più bassi, avranno sempre meno servizi e meno efficienza.
L’attacco alla pubblica amministrazione ed ai lavoratori però, come ha già detto la nostra confederazione CSE (vedi Notiziario CSE n. 12 del 21 ottobre 2013), non si può ascrivere soltanto alla Legge di Stabilità ma è figlio delle politiche dei governi degli ultimi dieci anni e, in particolare, di una finta “spending review”, applicata in modo cieco e sordo, che ha tagliato stipendi e servizi anziché privilegi e sprechi.
Così oggi i dipendenti pubblici sono arrivati a perdere il 10,5 per cento del loro salario (dato di Confindustria) ma tutto concentrato nelle fasce dei funzionari e degli impiegati mentre l’alta burocrazia ha visto crescere compensi, consulenze e emolumenti vari. Ci si lamenta della perdita di posti di lavoro e della carenza di lavoro per i giovani ma negli ultimi dieci anni nel pubblico impiego si sono persi oltre 300.000 posti di lavoro.
Ci si lamenta della crescita dei nuovi poveri ma lo Stato permette che larghe fasce di lavoratori pubblici a 1000-1200 euro al mese scivolino tra i cosiddetti “working poor”, cioè coloro che vivono sotto la soglia di povertà pur lavorando e sono costretti a ricorrere a forme di assistenza sociale. Langue la domanda interna ma lo Stato non solo taglia gli stipendi dei dipendenti pubblici ma taglia anche il salario di produttività, facendo venir meno in un colpo solo possibili fonti di domanda interna e motivazione di chi lavora per la collettività.
Eppure per il 2014 basterebbero 1,5 miliardi di euro per aprire la stagione dei rinnovi contrattuali in un Paese che ha meno dipendenti pubblici della media europea, li paga peggio ma taglia sul numero e sugli stipendi preferendo non attaccare i veri sprechi nella pubblica amministrazione: appalti, forniture, consumi di beni intermedi, consulenze, società partecipate o in house.
E, come se non bastasse tutto questo, stavolta non possiamo prendercela nemmeno con l’Europa: la legge di stabilità che vorrebbe il Governo delle larghe intese ha previsto un rapporto deficit/PIL al 2,5 per cento contro il 3 per cento permesso dalle norme europee.
Quello 0,5 per cento ammonta a 7 miliardi e mezzo di euro che potrebbero essere usati non solo per rinnovare i contratti ma per far partire un piano di ammodernamento e messa a norma delle scuole italiane nelle quali ogni giorno i nostri figli rischiano la vita o un piano straordinario di riassetto idro-geologico del territorio, per il quale ogni anno spendiamo invece miliardi di euro per riparare i danni di alluvioni, frane et similia.
Centinaia di migliaia di posti di lavoro che rilancerebbero l’economia permettendo addirittura di fare, nel tempo, risparmi di spesa.
E allora, direte voi, perché non si fa? Perché l’attuale maggioranza ha votato a suo tempo la legge che prevede il pareggio di bilancio strutturale in Costituzione (legge costituzionale n.1/2012 e legge 243/2012) a partire proprio dal 2014. Queste leggi prevedono che in caso di sforamenti di bilancio è obbligatorio il rientro annuale nel pareggio di bilancio attraverso aggiustamenti progressivi. Ebbene, in base a queste norme, recepite addirittura in Costituzione, la legge di stabilità presentata dal Governo non può permettersi un deficit superiore, anche se in linea con le norme europee. Insomma, ci siamo messi da soli il cappio al collo, l’Europa non c’entra nulla!!
Quello che è certo è che la FLP non ha alcun intenzione di vedere il nodo scorsoio che ci strangola come dipendenti pubblici e come cittadini. Abbiamo fatto a questo Governo le nostre proposte di riduzione di sprechi e ruberie da tempo e non accetteremo quindi che venga approvata la legge di stabilità così come è stata concepita.
Faremo sentire la nostra voce nel Parlamento, attraverso proposte di modifica, e se queste non saranno accettate, la faremo sentire negli uffici e nelle piazze. Abbiamo iniziato con la dichiarazione di stato di agitazione di tutti i dipendenti pubblici e seguiremo passo dopo passo l’iter di questa legge, con un’attenzione forte e costante.
Il Presidente Letta con i Ministri Saccomanni e Alfano
Riportiamo di seguito il Notiziario CSE n.12 del 21 ottobre 2013, in cui si da notizia delle indiscrezioni sulla legge di stabilità (manca il testo ufficiale!), nelle quali, accanto a possibili ma improbabili miglioramenti economici, si intravedono ben altre parti negative.
Non c’è ancora un testo disponibile – è già questa è un’anomalia – ma le indiscrezioni sulla legge di stabilità sono numerose e tradiscono un vero e proprio gioco delle tre carte del Governo. Come in quel gioco infatti, si lasciano intravedere possibilità di miglioramenti economici ma si tengono ben coperte le parti negative che compensano ampiamente i pochi e insufficienti provvedimenti che tolgono soldi dalle tasche degli italiani, non rilanciano né i consumi interni né le imprese e, proprio come nel gioco delle tre carte, qualunque carta vai a scoprire ti accorgi di essere perdente. Inoltre, quel che è peggio, per alcune misure non c’è copertura finanziaria e rischiano (anzi, è praticamente certo) di tradursi in nuove tasse.
Intanto va precisato che non di sola legge di stabilità ma di ben tre provvedimenti: il decreto IMU, la manovrina per scendere sotto il 3 per cento di deficit/PIL e la vera e propria finanziaria 2014. Ma andiamo per ordine.
Decreto Imu: è in discussione in questi giorni e serve a salvare dal pagamento non solo le prime case normali ma anche quelle di lusso (benché non definite tali in base ai classamenti) e quelle dei ricchi e ricchissimi. La maggiore copertura dovrebbe arrivare da una maxisanatoria sulle multe comminate ai gestori dei giochi d’azzardo che hanno frodato il fisco. Il problema – oltre al fatto di premiare imprese che gestiscono la più odiosa attività legale – è che molte di queste aziende non sono in grado di pagare e la clausola di salvaguardia prevede che in caso di mancati o insufficienti incassi la rata IMU sarà coperta con l’aumento delle accise sui prodotti energetici (benzina e affini). Ciò comporterà che alla fine pagheremo tutti!
Manovrina 2013: come già detto, serve per rientrare nel parametro del 3% nel rapporto deficit/PIL. La copertura è affidata ad una serie di piccoli tagli lineari e alla vendita di immobili pubblici. Ma l’Europa ha già sanzionato l’Italia perché le vendite di patrimonio dello Stato possono essere utilizzate solo per diminuire il debito e non per coprire spesa corrente. Sappiamo già, quindi che in bilancio si aprirà un buco di 525 milioni di euro. Dove sarà trovata la copertura?
Finanziaria 2014: la vera e propria legge di stabilità invece è tutto un “potrei ma non voglio” e una serie di partite di giro con le quali si da con una mano e si prende con…due. Già si vagheggia dell’insufficienza della riduzione del cuneo fiscale, che dovrebbe portare nelle tasche dei lavoratori dipendenti tra i 10 e i 15 euro al mese. Ma la verità è che nemmeno quei pochi soldi arriveranno mai in quanto li dovremo spendere, ancor prima di averli incassati, per far fronte all’aumento dei bolli sulle attività finanziarie, alla minore detrazione sugli oneri detraibili in dichiarazione dei redditi – che scenderanno quasi sicuramente dal 19 al 18 per cento retroattivamente nel 2013 e al 17 per cento nel 2014. Parliamo di spese mediche, mutui sulla casa o spese di istruzione, cioè oneri che quasi tutte le famiglie hanno.
Ma non è finita: l’IMU sarà sostituita da due diverse imposte che andranno a gravare sia sui proprietari che sugli inquilini (che così pagheranno una quota dell’IMU al posto dei proprietari); la sanità, che il Governo afferma di non aver tagliato, sarà tagliata comunque indirettamente in quanto è previsto il taglio di un miliardo alle regioni, che si tramuterà automaticamente in taglio dei servizi, in primis proprio sulla sanità.
C’è poi il capitolo delle misure prive di copertura: 500 milioni di dismissione del patrimonio dello Stato che, come già detto, non possono essere usate come copertura di spesa corrente, e un contributo di solidarietà richiesto per le pensioni al di sopra di 90.000 euro che però la Corte Costituzionale ha già dichiarato illegittimo. Insomma, in questo campo il Governo mente sapendo di mentire perché mette in bilancio entrate che sa già a priori che non ci saranno.
Abbiamo tenuto in fondo i capitoli più corposi: il taglio dei servizi e i tagli a carico dei dipendenti pubblici, vero bancomat di tutti governi.
Infatti, il Governo prevede ancora una volta tagli lineari per le amministrazioni centrali. È il caso di aprire questo capitolo per comprendere cosa questo voglia dire. La CSE ha più volte denunciato che a fronte del blocco dei contratti e del turn-over dei dipendenti pubblici esistono numerosi sprechi nella pubblica amministrazione su acquisti, appalti, consumi intermedi, società partecipate. Questi sprechi sono in massima parte responsabilità di un’alta dirigenza indifferente ai cambi di governo, nominata dalla politica e con questa collusa al fine di sottrarre risorse ai cittadini a fini di consenso politico. Continuare a tagliare in modo lineare senza incidere direttamente sugli sprechi vuol dire dare meno soldi alla pubblica amministrazione e affidare il compito di decidere cosa tagliare proprio agli stessi soggetti che usano male le risorse. È chiaro che non saranno i privilegi e gli sprechi a essere tagliati ma i servizi ai cittadini più deboli, e questo è responsabilità diretta del Governo che sa e tace.
Riguardo ai dipendenti pubblici poi, è l’ennesimo massacro: non basta il blocco della contrattazione per tutto il 2014 e il taglio del lavoro straordinario di un ulteriore 10 per cento. C’è una stretta maggiore del turn-over per il prossimo biennio, che smonta tutte le promesse fatte dal Ministro D’Alia sulle nuove assunzioni in un settore che ha perso 350.000 posti di lavoro in dieci anni. Inoltre, anche chi va in pensione avrà la liquidazione differita di un anno se la somma è sotto i 50.000 euro mentre se la somma è superiore la si incasserà in due o addirittura tre rate annuali. Non manca la conferma dell’indennità di vacanza contrattuale fino al 2017, che fa presagire che fino a quella data questo Governo non intende rinnovare i contratti pubblici. Come è ovvio anche questa diminuzione del personale, peggio pagato e quindi meno motivato, si riverbera in modo inevitabile sui servizi forniti alle fasce più deboli della popolazione.
Insomma, una manovra che non crea lavoro, non aumenta i consumi e non aiuta le imprese dal punto di vista della competitività ma affida all’aumento della domanda estera tutte le speranze di ripresa del nostro Paese. Inoltre una manovra finta, cioè priva di copertura tanto che lo stesso Governo a non credere a ciò che scrive. Il Presidente del consiglio Letta ha infatti affermato che con questa manovra il rapporto deficit/PIL scenderà al 2.5 per cento. Ora, poiché il tetto previsto dall’Europa è del 3 per cento e mezzo punto di PIL è pari a 8 miliardi di euro, perché non usare quegli 8 miliardi per dare fiato all’economia? Forse perché nemmeno il Governo crede che i saldi della legge di stabilità siano reali e si copre le spalle? Proprio questo è il gioco delle tre carte: sperare in miglioramenti economici e accorgersi, in un secondo momento, di essere stati fregati, truffati perché il “gratta e guadagna” che ti hanno venduto è falso!
Ciò che veramente è incomprensibile è lo stupore di fronte a questa manovra mostrato dalle parti sociali che sembrano accorgersi ora che i soldi sono pochi e mal spesi e vorrebbero scaricare tutta la rabbia su questa legge di stabilità, che non è sorprendente ma figlia della assoluta mancanza di politiche di sviluppo e tagli agli sprechi che non liberano le risorse necessarie a intervenire con politiche anticicliche.
La CSE ha presentato al Parlamento nei mesi scorsi (c’è chi lo fa solo oggi) un vero e proprio piano per recuperare risorse, che va dalla lotta all’evasione fiscale fatta in modo serio al taglio degli sprechi attraverso il varo di una seria legge anticorruzione; dalla riduzione dei livelli di Governo con l’abolizione (non la diminuzione) delle province al taglio delle spese per armamenti; dall’azzeramento dei privilegi anche nel settore pubblico al taglio dei costi della politica; dagli accordi Rubik con la Svizzera per la tassazione dei capitali illegalmente esportati alle misure per rendere più efficiente la pubblica amministrazione.
Il piano presentato al Parlamento permetterebbe di liberare risorse per il Paese, di aumentare i consumi rinnovando i contratti dei dipendenti pubblici, di sburocratizzare la pubblica amministrazione, di finanziare l’innovazione e sostenere l’impresa.
È inutile prendersela con il sintomo, è la malattia che bisogna curare e bisogna farlo non certo con leggi di stabilità senza risorse. Ma il Governo di larghe intese, diviso su tutto, non è in grado di farlo come non sono in grado di difendere i lavoratori quei sindacati che sono in tutto e per tutto compromessi con le politiche del Governo di larghe intese e ancor più grandi appetiti.
Dipartimento Politiche Economiche e Fiscali CSE “
Notiziario n. 100 del 13 settembre 2013 –
Il Ministro per la P.A., Gianpiero D’Alia
Riportiamo di seguito il Notiziario CSE n. 13 del 13.09.2013 con il quale la nostra Confederazione denuncia l’assordante silenzio da parte del Ministro in materia di relazioni sindacali e anticipa la propria intenzione di chiedere una urgente convocazione.
“Sono passate alcune settimane dalla emanazione da parte del Consiglio dei Ministri di un pacchetto di norme che sotto il cappello del DL 101/2013 trattano di spending review e di contratti di lavoro del Pubblico Impiego; eravamo , guarda caso, ad agosto, ma oggi pensiamo sia arrivato il momento che il Ministro D’Alia convochi le parti sociali e riprenda il filo del discorso di fatto interrotto con l’uscita di scena, si fa per dire, del Ministro Patroni Griffi, con l’attuale Governo Letta sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ed allora, anticipando già che CSE scriverà al Ministro pro tempore chiedendo che siano con immediatezza convocate le parti sociali, riteniamo necessario ricapitolare le questioni sul tappeto e le nostre iniziative di questi mesi.
Non più tardi di un anno fa, avevamo sottoscritto un accordo (era maggio 2012) che prevedeva la riscrittura delle norme Brunetta anche attraverso il coinvolgimento di tutte le parti sociali del Pubblico Impiego, Enti locali compresi, che doveva permettere, finalmente, il dispiegarsi di una nuova stagione contrattuale, aprendo sia sul fronte delle relazioni sindacali, di fatto azzerate dal 2009, che su quello della ripresa della contrattazione normativa ed economica.
Poi, nell’autunno 2012 la “risposta” del governo: invece di dare seguito agli impegni assunti, una nuova “spending review”, i confronti ”inconcludenti” con Patroni Griffi, l’apertura di tavoli tecnici all’Aran “ingessati” da direttive stringenti e penalizzanti, e poi, un lungo e roboante silenzio sulle relazioni sindacali, proprio mentre le Amministrazioni Centrali avviavano i loro processi di riorganizzazione, rivedevano le dotazioni organiche con esuberi , il Ministro della PA scriveva in beata solitudine nuove norme e il Dipartimento della FP emanava circolari sui pensionamenti senza il benché minimo coinvolgimento delle rappresentanze di oltre tre milioni di pubblici dipendenti.
Noi come CSE, provocatoriamente ma non troppo, a fronte di questi inaccettabili comportamenti, abbiamo deciso di rompere gli indugi, contrastare i luoghi comuni sul lavoro pubblico , ed abbiamo elaborato e presentato le piattaforme contrattuali, discutendole al nostro interno, diffondendole sui luoghi di lavoro ed infine inviandole al Ministro competente per il previsto iter procedurale.
Le piattaforme erano, anzi sono, di carattere normativo ed anche economico e prendono realisticamente in esame il periodo di riferimento del triennio 2013 – 2015; ma, a dire il vero, abbiamo fatto di più, presentando al Parlamento, in sede di audizione, uno specifico e dettagliato documento con il quale abbiamo indicato le direttrici che potrebbero consentire di recuperare fondi anche per i rinnovi contrattuali del Pubblico Impiego, oltre quelli che già le Amministrazioni hanno introitato con i tagli ancora lineari connessi alla spending review in corso.
Adesso che il Governo, ad agosto e nella peggiore delle maniere, ha poi deciso di prorogare ulteriormente il rinnovo dei contratti e delle retribuzioni sino al 2014, e le Amministrazioni Centrali stanno proseguendo in beata solitudine i loro processi di riorganizzazione e di taglio di personale, pensiamo che il sindacato nel pubblico impiego abbia la necessità di reagire, con nuovo sussulto di orgoglio, e debba pretendere la riapertura da parte dell’Autorità politica di tutti i tavoli negoziali, affrontando le ricadute della spending e dei contratti.
Su questo fronte, siamo convinti che ci possano e ci debbano essere gli spazi per un confronto aperto anche su tutti gli aspetti contrattuali, sia normativi che economici, nessuno dei due escluso.
Quello normativo, che consenta una rivisitazione degli assetti ordinamentali diversi ed obsoleti in una amministrazione pubblica che tenta di rimodernarsi, che metta fine alla giungla dei trattamenti giuridici e che introduca e regolamenti in tutte le PP.AA. la mobilità del personale e rafforzi i processi di formazione e di riqualificazione, anche affrontando senza timore le problematiche della performance partendo da quelle delle amministrazioni e dei dirigenti, mutuando modelli evoluti ed aprendo una discussione a valle di un processo di riorganizzazione chiaro ed evidente.
Sul fronte economico, rivisitando innanzitutto una serie di istituti anche essi obsoleti ed anacronistici che dividono il personale (si pensi al trattamento di missione, ai buoni pasto, alla giungla delle indennità con pesi specifici talmente diversi che si può toccar con mano quanto abbiano inciso tante stagioni contrattuali nel loro insieme) ed anche e soprattutto che dia un segnale tangibile in termini economici e di difesa del potere di acquisto delle retribuzioni, per una categoria che mette insieme oltre tre milioni di famiglie italiane non diverse da quelle di altre settori del lavoro e che affrontano i sacrifici ed il peso di una crisi che poggia quasi per intero sul lavoro dipendente.
E su questi aspetti e su queste proposte, come dicevamo in premessa, la CSE formalizzerà nei prossimi giorni una specifica richiesta di immediata riapertura del confronto al Ministro D’Alia.
News del 27 ottobre 2016, h. 8.00 – Come è già noto a tutti, in data 15 u.s. il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (c.d. “Disegno di Legge di Bilancio 2017”), che in passato aveva assunto altre denominazioni (DDL finanziaria; DDL di stabilità). Ne pubblichiamo […]
Notiziario n. 124 del 25 ottobre 2016 – Si riporta di seguito il testo del Notiziario FLP n. 29 redatto dal nostro D.P.E.F. e diffuso in data 20 u.s. che, nel momento in cui tarda ad uscire il DDL di bilancio 2017, reca una disamina interessantissima sulle entrate e sulle spese dello Stato, dal quale […]
Notiziario n. 91 del 2 settembre 2014 – Riportiamo di seguito il Notiziario FLP n. 28 del 1.09.2014, in cui la nostra Federazione commenta alcune uscite ferragostane del nostro Presidente del Consiglio. “Il 14 agosto scorso il Presidente del consiglio Renzi ha rilasciato la seguente dichiarazione alla stampa: “La crescita non si innesca abbassando i […]
Notiziario n. 58 del 30 giugno 2014 – Riportiamo di seguito il testo del Notiziario FLP n. 18 del 28 maggio 2014 nel quale si dà notizia in ordine alla partecipazione della CSE/FLP al Forum PA e alla grande affluenza di pubblico che stiamo registrando al nostro stand. È iniziato ieri il Forum PA, massima […]
Notiziario n. 31 del 1 aprile 2014 – Trascriviamo di seguito integralmente la nota che in data odierna la Segreteria Generale della CSE ha inviato al Presidente del Consiglio Matteo Renzi in ordine ai recenti annunci del Governo in materia di rilancio dell’economia, di spending review e di riordino della PA. ” Signor Presidente del […]
Notiziario n. 14 del 14 febbraio 2014 – Riportiamo di seguito il Notiziario CSE n. 2 del 10.02.2014, in cui si da notizia dell’incontro fra le Confederazioni del Pubblico impiego e l’ARAN convocato allo scopo di definire un nuovo Contratto Collettivo Nazionale Quadro sul Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). ” In data 6.2.2014, […]
Notiziario n. 128 del 29 novembre 2013 – Riportiamo di seguito il Notiziario FLP n. 52 del 28.11.2013 con il quale la nostra Federazione dà notizia di un importantissimo pronunciamento del Tribunale di Roma (vds. allegato) che ha recepito la sostanza delle argomentazioni poste a base del ricorso promosso da FLP-FIALP nel 2011 e poi […]
Notiziario n. 117 del 28 ottobre 2013 – Riportiamo di seguito il Notiziario FLP n. 46 del 28.10.2013 relativo alle misure di finanza pubblica contenute nel disegno di legge di stabilità 2014 presentato dal Governo, che reca in allegato la nota della nostra Federazione già inviata alla Presidenza del Consiglio con la dichiarazione dello stato […]
Notiziario n. 114 del 21 ottobre 2013 – Riportiamo di seguito il Notiziario CSE n.12 del 21 ottobre 2013, in cui si da notizia delle indiscrezioni sulla legge di stabilità (manca il testo ufficiale!), nelle quali, accanto a possibili ma improbabili miglioramenti economici, si intravedono ben altre parti negative. Non c’è ancora un testo disponibile […]
Notiziario n. 100 del 13 settembre 2013 – Riportiamo di seguito il Notiziario CSE n. 13 del 13.09.2013 con il quale la nostra Confederazione denuncia l’assordante silenzio da parte del Ministro in materia di relazioni sindacali e anticipa la propria intenzione di chiedere una urgente convocazione. “Sono passate alcune settimane dalla emanazione da parte del […]