Si riporta di seguito il testo del Notiziario della Confederazione CSE n. 3 del 16 maggio 2017 che riferisce dell’incontro del giorno precedente a Palazzo Vidoni con la Ministra alla P.A. Marianna Madia, nel quale sono stati illustrati alle Confederazioni Sindacali del Pubblico Impiego le integrazioni e le modifiche intervenute negli schemi di provvedimenti, adottati dal Consiglio dei Ministri in prima lettura il 23 febbraio u.s. (si veda la nostra News del 7 marzo 2017, che ne recava i testi), a seguito delle diverse osservazioni contenute nei “pareri” venuti dalle Camere, dal Consiglio di Stato e dalla Conferenza Unificata Stato Regioni.
“Si è tenuta nella serata di ieri in Funzione Pubblica una riunione con la Ministra Marianna Madia per fare il punto della situazione sui Decreti delegati di modifica dei Decreti legislativi 165 e 150, alla luce dell’avvenuta espressione dei pareri delle competenti Commissioni di Camera e Senato, del Consiglio di Stato e dell’Intesa con la Conferenza unificata Stato-regioni.
Nei nostri notiziari precedenti, abbiamo dato conto delle puntuali posizioni assunte dalla nostra Confederazione, esplicitate nel corso della riunione di presentazione degli schemi di Decreti e successivamente nelle Audizioni a cui abbiamo partecipato presso le Commissioni parlamentari Affari Costituzionali, Lavoro pubblico e privato e per la semplificazione amministrativa.
Valutazioni, le nostre, che sono state oggetto di attenta riflessione e che sono state recepite in buona parte all’interno dei pareri espressi dai soggetti interessati all’iter di approvazione dei Decreti.
Ecco perché, nel corso della riunione di ieri che era il momento di confronto conclusivo prima della definitiva approvazione dei Decreti in Consiglio dei Ministri, abbiamo ribadito le nostre richieste: rafforzare la potestà contrattuale sulle materierelative al rapporto di lavoro, ancora oggi in troppi casi limitate dalla riserva dilegge; superamento dei limiti posti ai Fondi per il personale con tetti predeterminati,che affossano la contrattazione integrativa; eliminazione dei vincoli normativi sulladestinazione delle somme della contrattazione integrativa e piena disponibilità dellestesse all’autonomia negoziale; eliminazione dell’attuale previsione normativa dellaprevalenza di destinazione alla valutazione individuale; no all’adozione dell’attounilaterale del datore di lavoro in caso di mancato raggiungimento degli accordi;ripristino dei termini perentori per l’avvio e la conclusione dei procedimentidisciplinari al fine di garantire l’effettività del diritto alla difesa; superamento deldivieto di procedure interne tra le aree professionali per ridare sviluppo ai processidi riconoscimento delle professionalità e garantire percorsi di carriera per il personale interno; interventi più decisi e mirati per il superamento del precariato.
Queste richieste sono per noi fondamentali per una vera riforma che sia ingrado di superare le rigidità ed i vincoli posti dall’attuale normativa, per permettere ildispiegarsi di un vero processo riformatore partecipato e democratico.
Nella replica agli interventi, la Ministra non ha sciolto i nodi posti, lasciando intendere che gran parte delle posizioni espresse non potranno essere accolte perché il Governo sarebbe vincolato all’Intesa raggiunta in Conferenza Stato–Regioni. Cosa che renderebbe non solo inutile il confronto con le OO.SS. confederali, ma ininfluenti anche i pareri delle Commissioni parlamentari e dello stesso Consiglio di Stato che, come è noto, sono giunti dopo l’intesa in Conferenza Unificata.
In una fase in cui il Governo continua colpevolmente a non stanziare le somme necessarie per il rinnovo dei contratti di lavoro, bloccati ormai da otto anni, il mantenimento di una posizione minimalista e riduttiva sulle materie relative al rapporto di lavoro, come la Ministra Madia pare voglia caratterizzare tale riscrittura, costituisce un ulteriore, inaccettabile, vulnus e rende ancora più in salita la strada per l’apertura del negoziato sui rinnovi contrattuali.
E ci domandiamo quindi quali novità e cosa possa scrivere la Funzione Pubblica nel preannunciato Atto di indirizzo per il rinnovo dei contratti che la Ministra ha vincolato all’approvazione dei due Decreti delegati in esame.
Auspichiamo quindi che tale orientamento venga superato e che le osservazioni poste possano trovare giusto accoglimento nella stesura finale dei provvedimenti.
LA SEGRETERIA GENERALE CSE “
I due provvedimenti saranno sottoposti all’esame del Consiglio dei Ministri di oggi, venerdì 19 maggio p.v., dal quale usciranno i testi definitivi che poi, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, diventeranno leggi dello Stato.
Pubblicheremo sul nostro sito i testi dei due decreti legislativi non appena ne saremo in possesso, e non mancheremo di illustrarne i contenuti innovativi, e in particolare quelli che toccano più da vicino i lavoratori pubblici (in materia disciplinare; in materia di visite fiscali; in materia di stabilizzazione del precariato; etc. etc.).
IL COORDINAMENTO NAZIONALE FLP DIFESA
News del 7 marzo 2017, h. 15.00
Sono approdati alla Camera dei Deputati, per il previsto pare, due provvedimenti che interessano molto da vicino i lavoratori pubblici, che sono stati approvati dal Consiglio dei Ministri del 23 febbraio u.s su proposta della Ministra alla Pubblica Amministrazione Maria Anna Madia, in attuazione della riforma della pubblica amministrazione (legge 7 agosto 2015, n. 124).
1. Atto Governo n. 391 – Modifiche al decreto legislativo 27 ottobre 2009, n.150, in attuazione dell’articolo 17, comma 1, lettera r), della legge n.124 del 2015, in materia di valutazione della performance dei dipendenti pubblici, che “introduce, tra le altre, le seguenti novità: viene chiarito che il rispetto delle disposizioni in materia di valutazione costituisce non solo condizione necessaria per l’erogazione di premi, ma rileva anche ai fini del riconoscimento delle progressioni economiche, dell’attribuzione di incarichi di responsabilità al personale e del conferimento degli incarichi dirigenziali; la valutazione negativa delle performance rileva anche ai fini dell’accertamento della responsabilità dirigenziale; ogni amministrazione pubblica è tenuta a misurare e a valutare la performance con riferimento all’amministrazione nel suo complesso, alle unità organizzative o aree di responsabilità in cui si articola e ai singoli dipendenti o gruppi di dipendenti; oltre agli obiettivi specifici di ogni amministrazione, è stata introdotta la categoria degli obiettivi generali, che identificano le priorità in termini di attività delle pubbliche amministrazioni coerentemente con le politiche nazionali, definiti tenendo conto del comparto di contrattazione collettiva di appartenenza; gli Organismi indipendenti di valutazione (OIV), tenendo conto delle risultanze dei sistemi di controllo strategico e di gestione presenti nell’amministrazione, dovranno verificare l’andamento delle performance rispetto agli obiettivi programmati durante il periodo di riferimento e segnalare eventuali necessità di interventi correttivi; viene riconosciuto, per la prima volta, un ruolo attivo dei cittadini ai fini della valutazione della performance organizzativa, mediante la definizione di sistemi di rilevamento della soddisfazione degli utenti in merito alla qualità dei servizi resi; nella misurazione delle performance individuale del personale dirigente, è attribuito un peso prevalente ai risultati della misurazione e valutazione della performance dell’ambito organizzativo di cui hanno essi diretta responsabilità; è definito un coordinamento temporale tra l’adozione del Piano della performance e della Relazione e il ciclo di programmazione economico-finanziaria; sono introdotti nuovi meccanismi di distribuzione delle risorse destinate a remunerare la performance, affidati al contratto collettivo nazionale, che stabilirà la quota delle risorse destinate a remunerare, rispettivamente, la performance organizzativa e quella individuale e i criteri idonei a garantire che alla significativa differenziazione dei giudizi corrisponda un’effettiva diversificazione dei trattamenti economici correlati”.
1. Atto Governo n. 393 –Modifiche e integrazioni al testo unico del pubblico impiego (TUPI), di cui al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, che “introduce disposizioni mirate al raggiungimento dei seguenti obiettivi: il progressivo superamento della “dotazione organica”, fermi restando i limiti di spesa, attraverso il nuovo strumento del “Piano triennale dei fabbisogni”, e la definizione di obiettivi di contenimento delle assunzioni, differenziati in base agli effettivi fabbisogni e la rilevazione delle competenze dei lavoratori pubblici; la disciplina delle forme di lavoro flessibile, anche al fine di prevenire il precariato, unitamente ad una soluzione transitoria per superare il pregresso: viene stabilito a regime il divieto per le pubbliche amministrazioni di stipulare contratti di collaborazione e vengono introdotte specifiche procedure per l’assunzione a tempo indeterminato di personale in possesso dei requisiti; l’introduzione di norme in materia di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti, finalizzate ad accelerare e rendere concreta e certa nei tempi l’azione disciplinare; la possibilità di svolgimento dei concorsi in forma centralizzata o aggregata (estesa alle Regioni) e la definizione di limiti, in relazione al numero dei posti banditi, per gli idonei non vincitori; l’integrazione nell’ambiente di lavoro delle persone con disabilità, anche attraverso l’istituzione di una Consulta nazionale per l’integrazione in ambiente di lavoro delle persone con disabilità”
I virgolettati sono tratti dal comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi a conclusione della riunione del Consiglio dei Ministri. Avremo comunque modo, nei prossimi giorni, di proporre le nostre considerazioni al riguardo di entrambi i testi, che ci toccano molto da vicino anche come dipendenti civili della DIFESA.
Ne pubblichiamo, su questa stessa pagina, i testi approdati in Parlamento, con le relative relazioni illustrative che li accompagnano.
Si riporta di seguito il testo del Notiziario FLP n. 35 diffuso in data 19 u.s. che propone una serie di riflessioni interessanti sulla c.d. riforma Madia della Pubblica Amministrazione, anche in conseguenza della recente sentenza della Corte Costituzionale n. 251/2016.
“Come è noto a fine novembre, poco prima del referendum costituzionale, la riforma Madia della P.A. ha subito uno stop dalla Consulta che, pronunciandosi sul ricorso della Regione Veneto, ha bollato come incostituzionale la norma che prevede che i decreti attuativi delle Legge delega siano adottati previo parere anziché previa intesa con la Conferenza Stato – Regioni.
Nel mirino sono finiti i Decreti di riforma della dirigenza, quello sui servizi pubblici, sulle partecipate e sul licenziamento “rapido” dei dipendenti pubblici. Mentre altri Decreti in dirittura di arrivo, come quello di riscrittura del testo unico dei dipendenti pubblici, subiranno sicuramente un rallentamento. Ma l’ennesima riforma della P.A., fortemente voluta da Renzi, a prescindere dalla sentenza della Consulta, dimostrava già molte lacune di impianto.
Innanzitutto in materia di partecipazione dei soggetti coinvolti, che sono stati tenuti fuori dal processo e si sono visti calare dall’alto una serie di norme, spesso costruite nelle stanze dei bottoni, senza che chi le scrivesse avesse diretta e piena cognizione di ciò che si parlava. E parliamo non solo degli altri soggetti istituzionali, ( Regioni ed Enti locali) ma anche delle OO.SS., dei rappresentanti della società civile, di esperti autonomi.
Ma il problema non è stato solo di metodo, ma anche di merito.
La “Riforma” è permeata da una incomprensibile logica di ritorno alla centralizzazione in luogo del decentramento delle funzioni, attua una riorganizzazione delle funzioni disorganica, legata in gran parte ad obiettivi di cassa, senza che nei provvedimenti emerga una vera idea guida. Un progetto caotico, troppo vasto e solo di facciata, come avvenuto per la soppressione delle Province, che non ha prodotto veri risparmi, ha creato problemi nella ripartizione delle competenze e di fatto non ha ricollocato il personale, già poco valorizzato. Pensare di riformare la PA intervenendo (male) solo sulla dirigenza, bloccando come è avvenuto, gli stipendi per un decennio, umiliando i lavoratori con campagne denigratorie generalizzate, impedendo per legge e per molti anni, percorsi di carriera e di riconoscimento delle professionalità, è stata una follia di tutti i Governi succedutisi negli ultimi anni, una scorciatoia demagogica che ha cercato capri espiatori, ma non ha mai realmente investito sul cambiamento.
Eppure si può e si deve intervenire nella P.A., con azioni meno pompose e retoriche o con la ricerca a tutti i costi della “riforma storica”, iniziando ad esempio a colpire gli sprechi e gli appalti gonfiati, le duplicazioni di competenze, le esternalizzazioni selvagge. Tenendo la politica, o meglio i Partiti, fuori dalla P.A., impedendo che la stessa venga utilizzata per piazzare politici trombati o per far lavorare aziende amiche. Azionando una vera politica anticorruzione che non si limiti a criminalizzare episodi di malcostume assolutamente inaccettabili come quelli dei cosiddetti furbetti del cartellino, ma che attivi veramente la rotazione degli incarichi, i controlli audit e di gestione. In questo modo avremmo da subito veri risparmi (altro che quelli che derivano dall’impoverimento dei lavoratori), maggiore efficienza e una ripresa dell’etica pubblica di cui il nostro paese ha tanto bisogno.
La valanga di no al referendum Costituzionale e la nascita del nuovo (si fa per dire) Governo pone probabilmente in una situazione di stallo la riforma Madia e la sua stessa riscrittura (nonostante la riconferma), visti i tempi ristretti imposti all’Esecutivo legati all’approvazione della nuova legge elettorale e all’indubbia debolezza della compagine governativa.
Ma oltre al possibile stallo sulla riforma (che per come è scritta non ci dispiace più di tanto) temiamo che il Governo tergiverserà anche sul rinnovo dei contratti, utilizzando l’accordo preelettorale con CGIL CISL UIL, nel quale ha promesso il rinnovo del contratto dei pubblici dipendenti, per prendere ancora più tempo, rendendo sempre più intollerabile la situazione dopo 7 anni di blocco e la sentenza della Corte.
Perché, lo ricordiamo, non è stato purtroppo ancora emanato l’atto di indirizzo all’ Aran per l’apertura del negoziato e in legge di stabilità vi sono stanziate risorse assolutamente insufficienti non in linea neanche con i miseri aumenti promessi a CGIL CISL e UIL.
Così come appare difficile che riescano a dare seguito alle modifiche normative necessarie per superare le norme volute dall’ex Ministro Brunetta e ridare spazio alla contrattazione, superando la riserva di legge oggi imperante nel rapporto di lavoro pubblico. Uno scenario, questo delineatosi nell’ultimo mese, confuso e pericoloso, di cui avremmo fatto volentieri a meno, e che come FLP contrasteremo con forza. LA SEGRETERIA GENERALE FLP “
La sentenza della Corte Costituzionale n. 251/2016 è pubblicata in forma integrale su questa stessa pagina.
La Ministra Madia ad un incontro con le OO.SS. in Funzione Pubblica
Si riporta di seguito il testo del “comunicato stampa” della Confederazione relativo ai contenuti e alle risultanze dell’incontro di ieri in Funzione Pubblica che ha avuto per oggetto le problematiche legate al rinnovo dei contratti del P.I. per il periodo 2016-2018, entrate finalmente nell’agenda politica a seguito del pronunciamento di luglio 2015 della Corte Costituzionale in merito al ricorso proposto dalla FLP.
“La Confederazione CSE è stata convocata dal Ministro della Pubblica Amministrazione sulle tematiche riguardanti il rinnovo dei contratti pubblici. L’incontro si è svolto oggi in tarda mattinata ed è stato sostanzialmente deludente.
L’intendimento del Governo, a quanto si è potuto capire, è la stipula di un accordo politico prodromico all’apertura delle contrattazioni vere e proprie e per questo ha chiesto ai sindacati di illustrare le proprie richieste.
La CSE, pur riconoscendo la necessità di un accordo che disciplini, oltre agli stanziamenti per il rinnovo dei contratti, anche le possibili e indispensabili modifiche legislative, ha posto alcune questioni irrinunciabili:
Dopo sette anni di blocco contrattuale, condizione imprescindibile è l’aumento cospicuo degli stipendi tabellari. Le notizie circolate in questi giorni che vorrebbero gli aumenti concentrati sui salari di produttività o esclusivamente sui salari più bassi sarebbero, se confermate, inaccettabili. Per i redditi più bassi, inoltre, nessuno pensiad un effetto di sostituzione tra gli aumenti contrattuali e la decontribuzione fiscaledegli “80 euro”. Nessun sindacato degno di questo nome potrebbe firmare uncontratto che sterilizza l’aumento contrattuale sottraendo tutti o parte degli 80 euroche devono invece essere mantenuti. La CSE ha chiesto inoltre alla delegazionegovernativa se le cifre lette in questi giorni sono reali e dove sarebbero “appostate”, cioè in quali provvedimenti normativi e per quali anni;
La CSE ha chiesto il superamento delle rigidità della Legge Brunetta: in primis, il superamento delle fasce di premialità così come sono state concepite nel Decreto Legislativo 150/2009; in secundis, il superamento del vincolo di copertura dei posti in organico esclusivamente mediante concorsi esterni e la possibilità di supplire attraverso l’esperienza professionale alla mancanza del titolo di studio richiesto per l’accesso dall’esterno;
Infine, la CSE ha chiesto un ripensamento del rapporto tra legge e contratto, che vede oggi la prima prevalere in modo netto sul secondo. La CSE ha ricordato al Governo che con il rinnovo contrattuale entrerebbero in vigore ulteriori norme contenute nella Legge Brunetta che sottrarrebbero alla contrattazione altre materie, rendendo di fatto i contratti assolutamente residuali proprio sul rapporto di lavoro, che risulterebbe regolato in via esclusiva dalla legge. Allo stesso modo, non è possibile la continua incursione delle Leggi di Bilancio sui fondi di salario accessorio del pubblico impiego, continuamente decurtati. Per la CSE è imprescindibile il ristoro dei tagli effettuati daivari Governi proprio sui fondi di quella produttività che anche questo Governo afferma di voler valorizzare. Su questa materia, infine, la delegazione CSE ha avvertito ilGoverno di non essere disponibile a trattare un accordo che vale solo per alcunipezzi della pubblica amministrazione. In particolare, non è possibile immaginareaccordi contrattuali che si applicassero a tutti i comparti tranne che a quellodell’Istruzione della Ricerca, normati invece dalla Legge cosiddetta della buona scuola.
Al di là delle richieste elencate, la CSE ha ben chiarito al Governo di non essere disponibilea strumentalizzazioni in vista del referendum di domenica prossima e che pertanto, qualoradovesse emergere che quelle di questi giorni fossero riunioni ai soli fini mediatico-elettorali, larisposta non potrà che essere durissima.
Rispetto alle richieste puntuali poste, la delegazione governativa non è andata oltre una generica disponibilità a rivedere parti della Legge Brunetta. Nessuna risposta sulla quantità degli stanziamenti, nessuna risposta sulla veridicità degli 85 euro di aumento che sono circolati sui giornali e nelle dichiarazioni attribuite al Ministro Madia, nessuna indicazione sulle modalità di prosieguo degli incontri sindacali.
A questo punto la CSE, pur dichiarandosi disponibile a continuare il confronto, non può che ritenere l’incontro odierno più ancora che deludente, altamente inconcludente “
Come si evince chiaramente dal comunicato di CSE, sorge il sospetto che l’iniziativa del Governo nei fatti sia tutta fumo e niente arrosto, e che sia banalmente finalizzata solo ad ammorbidire i lavoratori pubblici alla vigilia dell’appuntamento elettorale di domenica prossima.
Ci chiediamo: ma il Governo che oggi lascia intendere di voler offrire 85 € di aumento contrattuale (medio, però!!!!) a regime è lo stesso che, solo un mese fa, adottava il DDL di bilancio 2017 prevedendo, all’art. 52, un “fondo per il pubblico impiego” che di fatto destinava ai contratti circa 700 milioni di €, comprensivi peraltro dei 300 già previsti dalla legge di stabilità 2016, che avrebbero prodotto aumenti contrattuali medi di 15/20 € ? Ed è lo stesso Governo che, a legge non ancora licenziata in via definitiva dal Parlamento (oggi il maxiemendamento è stato votato dalla Camera, manca ancora il passaggio al Senato), esprime alle OO.SS. i propri intendimenti di accrescere le risorse destinate ai rinnovi contrattuali ma non modifica neanche di una sola cifra le previsioni contenute nello stesso art. 52 con riferimento agli stanziamenti per il P.I. per l’anno 2018?
Si, è proprio lo stesso Governo, quello del duo delle meraviglie Renzi-Madia. E, se è così, non resta allora altro da pensare che lo stesso Governo, al pari di Paolo di Tarso, sia stato improvvisamente folgorato sulla via che porta a Damasco (pardon, sulla via che porta al referendum).
Ne seguiremo gli sviluppi, e come al solito ne riferiremo puntualmente ai lavoratori.
IL COORDINAMENTO NAZIONALE FLP DIFESA
Notiziario n. 92 del 27 luglio 2016 –
La Ministra Madia e le delegazioni sindacali in riunione
Si riporta di seguito il testo del comunicato CSE diffuso in data di ieri e relativo all’incontro che la Ministra alla P.A., Marianna Madia, ha avuto in pari data con i Sindacati Rappresentativi del Pubblico Impiego
“Nella tarda mattinata di oggi si è svolto presso Palazzo Vidoni il previsto incontro fra la Ministra Madia e le Confederazioni Sindacali maggiormente rappresentative del pubblico impiego, con all’ordine del giorno “questioni connesse al lavoro pubblico”.
Anticipata via media e con uno strombazzamento di telecamere e di fotografi, quasi si trattasse di uno spettacolo, la riunione di oggi è stata caratterizzata da un preambolo della stessa Ministra che, incurante del fatto e della situazione (contratti bloccati da anni, livelli retributivi più bassi di Europa, riorganizzazioni delle PP.AA. senza alcun filo conduttore), prima ancora di emanare il fatidico atto di indirizzo propedeutico all’avvio del confronto in sede Aran, ha comunicato il proprio intendimento ad aprire un tavolo tecnico presso la predetta Agenzia entro la metà del mese di settembre, per meglio comprendere le richieste delle forze sociali in tema di rinnovo contrattuale e quale contributo le stesse intendono offrire all’emanando Testo Unico del Lavoro Pubblico, per altro ancora top secret.
Si tratta, infatti, di una sorta di nuovo decreto legislativo 165 2.0 che, dai rumors e dalle indiscrezioni filtrate negli ambienti bene informati, guarda caso, sembra contenere tutte ma proprio tutte quelle materie che una volta erano regolate dal contratto e che adesso verrebbero ricomprese in un testo di legge e quindi tolte alla potestà della contrattazione.
A nostro avviso, dopo la presentazione delle piattaforme, non si vedeva proprio la necessità di questo ulteriore passaggio mentre invece, firmato l’accordo quadro per la definizione dei comparti di contrattazione, era necessario che la Ministra emanasse velocemente, e come promesso, l’atto di indirizzo, assumendosi la responsabilità di individuare le priorità politiche e le ulteriori scelte in termini di disponibilità economiche, per aprire immediatamente il confronto nella sede naturale, e cioè l’ARAN.
Questo “stop and go” proposto alle parti sociali nella riunione di oggi, a voler pensare male, può essere letto come un modo per prendere tempo in una fase politica molto delicata come quella del referendum istituzionale, cercando di non inimicarsi i più di tre milioni di pubblici dipendenti già sufficientemente “incavolati” per il perpetuarsi del blocco dei contratti, per le quantità economiche perse in tutti questi anni, per i circa 300 milioni di euro messi a disposizione per il 2016 (quasi cinque euro medi, lordi, procapite). E, in ogni caso, la Ministra ha pensato bene di mettere i piedi nel piatto provando anche a dettare l’agenda dei prossimi appuntamenti: produttività, valutazione, reclutamento, mobilità, organizzazione del lavoro, tutte materie che già con il dlgs 150 del 2009, la “Brunetta” per capirci, sono state tolte dalla contrattazione ed affidate dalla legge alla potestà della dirigenza.
Ovviamente noi di CSE, Confederazione che ha confermato la maggiore rappresentatività anche nel nuovo sistema a quattro comparti (più la PCM), non ci sottrarremo al confronto, ma desideriamo fin da subito chiarire la nostra ferma intenzione a rivendicare una stagione contrattuale che recuperi seriamente sul fronte del salario, che riprenda il filo della contrattazione su buona parte delle materie ora legificate, che dia ruolo e funzioni al personale pubblico attraverso nuove politiche di formazione e di carriera. Siamo da sempre disponibili a discutere di un nuovo modello di pubblica amministrazione, nel quale sia possibile valutare l’operato del dipendente con regole chiare, con obiettivi precisi e con il monitoraggio dell’utenza. Siamo da sempre disponibili a ragionare di una nuova politica delle assunzioni e della previdenza nel P.I. .
Adesso però, si devono rinnovare i contratti! “
FLP DIFESA – Coordinamento Nazionale
Notiziario n. 75 del 16 giugno 2016 –
La Ministra Madia: chissà cosa pensa, se pensa…
Si riporta di seguito il testo integrale del Notiziario n. 24 di oggi dalla Segreteria Generale FLP con il quale la nostra Federazione dà notizia del Rapporto della Corte dei Conti sul lavoro Pubblico.
” E’ passato ormai un anno dalla storica sentenza della Consulta che, pronunciandosi sul ricorso della FLP, ha dichiarato incostituzionale il blocco per legge dei contratti dei lavoratori pubblici. Nonostante questo, il Governo conferma la sua posizione di chiusura, inscenando l’ennesima melina e cercando di dividere il fronte dei lavoratori.
Non avendo infatti più l’alibi della mancata definizione dei nuovi comparti di contrattazione, definiti il 4 aprile all’ARAN, e non ancora operativi per i ritardi del Governo nell’autorizzarne la sottoscrizione definitiva, la Ministra Madia ora preannuncia l’adozione di un atto di indirizzo mirato a rinnovare i contratti solo ad una parte dei lavoratori, quelli “più poveri”, come se vi fossero lavoratori pubblici ricchi o abbienti… Forse si confonde con gli stipendi dei Boiardi di stato o con quelli dei dirigenti generali, che la cattiva politica sforna ad ogni piè sospinto, per accontentare le proprie clientele e mantenere il dominio sulle strutture pubbliche.
Una dichiarazione oggettivamente priva di senso, quasi offensiva, che cerca di giustificare l’irrisorio stanziamento nella legge di stabilità 2016 che, come abbiamo detto più volte, è una posta quasi fittizia, strumento elusivo della sentenza della Corte Costituzionale. Nessun sindacato, anche quello più accondiscendente, potrà firmare un contratto a costo zero dopo anni di blocco e con stipendi falcidiati dall’aumento del costo della vita.
Eppure sui guasti del reiterato blocco dei contratti e su come i lavoratori della pubblica amministrazione italiana abbiano pagato da soli il peso del taglio della spesa pubblica si è pronunciata la stessa Corte di Conti con il rapporto sul lavoro pubblico, presentato al Paese nei giorni scorsi, e su cui poca pubblicità è stata data, guardo caso, dai mass media. Uno studio che smonta tutte le teorie sull’alto numero dei lavoratori pubblici in Italia (il rapporto è tra i più bassi dei paesi industrializzati), sul costo del nostro lavoro pubblico (inferiore anche in questo caso a tutti i principali paesi europei), sui diversi livelli retributivi e sul rapporto tra stipendi pubblici e privati (ormai invece assolutamente in linea). Che denuncia anche gli scarsi investimenti sul personale, la mancata formazione, il disconoscimento del merito e del diritto alla carriera.
Un rapporto, questo della Corte dei Conti, che indubbiamente dà ancora più forza alla nostra iniziativa, assunta come è noto all’interno della Confederazione CGS, di portare il Governo di fronte alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con il ricorso a cui hanno aderito decine di migliaia di lavoratori pubblici, per vedere condannato il comportamento del Governo, indennizzati i danni economici pregressi, avviata finalmente una vera contrattazione e non una mistificazione della stessa.
La nostra azione quindi prosegue con maggiore convinzione e forza, ad ogni livello – politico – giurisdizionale – di mobilitazione, per far cessare questa odiosa discriminazione.
LA SEGRETERIA GENERALE FLP “
Pubblichiamo su questa stessa pagina, per i colleghi interessati, la relazione annuale della Corte dei Conti (allegato 1) un articolo di qualche giorno fa de IL MESSAGGERO sul rinnovo contrattuale (allegato 2), e una mozione presentata da parlamentari di FdI-AN (primo firmatario l’on. W. Rizzetto) sullo stesso argomento, che fa riferimento anche alla nostra iniziativa ricorsuale alla CEDU.
Si riporta di seguito il testo del “comunicato” diffuso in data odierna dalla Segreteria Generale CSE con il quale si dà notizia dell’audizione di Confederazione CSE da parte delle Commissioni Parlamentari “Affari Costituzionali” e “Lavoro” della Camera dei Deputati, avvenuta il 16 maggio u.s. e relativa ai contenuti dello schema di provvedimento che reca modifiche all’articolo 55-quater del Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n. 165 in materia di “licenziamento disciplinare”.
“ Lunedì 16 maggio la CSE, unitamente ad altre Confederazioni sindacali, è stata audita dalle Commissioni Riunite Affari Costituzionali e Lavoro della Camera dei Deputati sullo schema di decreto legislativo che dovrebbe riformare i licenziamenti disciplinari in caso di falsa attestazione di presenza, i cosiddetti “furbetti del cartellino”.
Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un provvedimento che va nello stesso senso dei governi precedenti e che tenta quindi una ripubblicizzazione del rapporto di lavoro, seguendo per di più l’onda mediatica provocata dalla scoperta di pochi delinquenti che si facevano timbrare il cartellino da altri; d’incanto sparisce ogni progettualità tesa a fornire servizi migliori alla collettività e ci si concentra sulla notizia del giorno, mostrando scarsa lungimiranza.
Uno schema di decreto legislativo che non mostra nemmeno lontanamente quel minimo di volontà riformatrice che dovrebbe essere alla base dell’azione di Governo ma propone solo misure da dare in pasto all’opinione pubblica, quasi che siano tutti delinquenti i dipendenti pubblici. Un provvedimento mal scritto, inapplicabile nei fatti, che nelle uniche parti in cui dovrebbe innovare rischia di creare un effetto boomerang che mantiene in servizio i delinquenti e semmai punisce in modo draconiano gli altri lavoratori per mancanze lievi o lievissime.
Come altrimenti definire uno schema di decreto legislativo che prevede la sospensione dal servizio entro 48 ore dal fatto commesso senza poi fissare i termini per l’inizio del procedimento disciplinare ma cavandosela con aggettivi e avverbi (immediatamente o in via immediata) che non hanno nulla di giuridico? Come chiamare una misura che per la prima volta sancirebbe la sospensione dal servizio con la privazione non solo della retribuzione ma dell’assegno alimentare, che non ha natura retributiva ma assistenziale, in una fase in cui l’illecito non è stato ancora accertato?
Come se non bastasse, in una catarsi punitiva, lo schema presentato prevede anche di punire il terzo che favorisce la falsa attestazione della presenza non solo per la condotta attiva ma anche per quella omissiva, senza però chiarire chi sarebbe il terzo in quest’ultimo caso e in cosa si sostanzia la condotta omissiva e rischiando così di punire qualcuno che non c’entra nulla. Ove non bastasse, si tenta la riscrittura anche del codice penale, inventando una nuova configurazione del reato di omissione di atti d’ufficio e si fissano regole per contestare addirittura un danno erariale. Misure che non stanno né in cielo né in terra.
La CSE ha sottolineato nell’audizione che queste due ultime due fattispecie esorbitano la delega conferita al Parlamento e che quindi devono essere affrontate con legge ordinaria, ammesso che siano fattispecie da affrontare.
La CSE ha anche ribadito che non intende in alcun modo difendere coloro che si sottraggono al lavoro risultando falsamente in servizio. Ma è credibile proporre delle leggi che vengono poi affossate dai giudizi per la loro inapplicabilità? Ad esempio abbiamo fatto notare che, come già successo con la Legge Brunetta, non esiste una gradualità delle sanzioni. Se tutti siamo d’accordo nel licenziare chi si fa timbrare il cartellino da altri e se ne va a spasso, è altrettanto giusto sanzionare con il licenziamento chi si assenta per pochi o pochissimi minuti dal posto di lavoro, comportamento certamente grave ma non tanto da giustificare un licenziamento?
Questo tipo di sanzioni vanno bene sulla carta ma laddove sono irragionevoli, vengono poi censurate in giudizio. E allora perché far finta di introdurre misure così ingiuste da deprimere la motivazione dei milioni di dipendenti pubblici onesti?
Per questo, pur facendo notare tutte le magagne tecniche contenute nello schema di decreto legislativo, la CSE si è concentrata sul suggerire al Governo la riscrittura del testo ma, ancor di più, sulla assenza di misure complessive che diano nuove motivazioni ai lavoratori pubblici, a partire dal rinnovo dei contratti bloccati ormai da sette anni, e rilancino il ruolo della contrattazione. In fondo, quanto c’è di buono anche in tema di licenziamenti disciplinari è ciò che è contenuto nei contratti collettivi che vorremmo continuare a preservare.
LA SEGRETERIA GENERALE CSE “
Pubblichiamo su questa stessa pagina il documento consegnato dalla delegazione CSE alle Commissioni Parlamentari Affari Costituzionali e Lavoro (allegato 1) e l’Atto Camera n. 292/2016 recante lo schema di provvedimento di che trattasi, adottato in prima lettura dal Consiglio dei Ministri e relativo al c.d. “licenziamento disciplinare” (allegato 2)
Si prega di dare al presente Notiziario la massima diffusione tra i colleghi interessati.
IL COORDINAMENTO NAZIONALE FLP DIFESA
Notiziario n. 21 del 22 febbraio 2016 –
Lavoratori del Corso Forestale all’opera
Nella riunione del 20 gennaio u.s., su proposta della Ministra alla Pubblica Amministrazione M. Madia, il Consiglio dei Ministri ha adottato in prima lettura i primi undici schemi di decreti attuativi della legge delega 7.8.2015, n. 124 recante “deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, la c.d. riforma delle riforme. Il primo di questi decreti è quello recante “modifiche in materia di licenziamento disciplinare” che inasprisce le regole nei confronti dei cosiddetti “furbetti del cartellino”.
Come si ricorderà, il Presidente Renzi ha in più circostanze richiamato la necessità di una razionalizzazione delle funzioni di polizia, e dunque anche di una riduzione dei diversi corpi che attualmente vi assolvono. Una necessità condivisibile, anche nell’ottica di una efficace ed efficiente spending review. Ma, come spesso succede in epoca renziana, alla fine la montagna ha partorito il topolino, e nel frullatore c’è finito solo il piccolo“Corpo Forestale dello Stato”, mentre altri pezzi (per esempio la Guardia di Finanza, che rappresenta davvero un unicum sul piano internazionale) ne sono rimasti, allo stato, rigorosamente fuori.
La legge delega n. 124/2015 (che ripubblichiamo su questa pagina in allegato 3), all’art. 8, comma 1, lettera a), dispone la “riorganizzazione del Corpo forestale dello Stato ed eventuale assorbimento del medesimo in altra Forza di polizia…” , sulla base della quale è stato predisposto dalla Ministra Madia lo schema di decreto attuativo in allegato 1 che, all’art. 18 (disposizioni transitorie e finali), comma 10, prevede che “il personale tecnico del Corpo Forestale (periti; revisori e operatori; collaboratori) transiti nei ruoli forestali dell’Arma dei Carabinieri”; prevede inoltre che il personale che, durante la frequenza o al termine del corso di formazione militare non dovesse risultare idoneo al servizio nell’Arma dei Carabinieri, “transiti nei ruoli civili del Ministero della Difesa”, venendo così a confluire all’interno della componente civile del Ministero Difesa, unica destinazione allo stato prevista.
Diamo conto dei numeri, anche per comprender meglio dimensione ed effetti del problema: dovrebbero essere circa 7.000 i lavoratori tecnici interessati al transito; di questi, è presumibile che il personale transitabile nei ruoli dell’Arma, che avrà ottenuto la necessaria idoneità attraverso gli appositi corsi utili anche ai fini dell’abilitazione al porto e all’uso delle armi, dovrebbe aggirarsi intorno alle 3.000 unità; ergo, la restante parte, pari circa a 4.000 lavoratori, dovrebbe confluire nei ruoli civili della Difesa. Che è poi quel Ministero, questo non va dimenticato, che vive attualmente un profondo processo di riorganizzazione in chiave riduttiva innescato dalla L. 244/2012, che prevede una corposa riduzione di strutture (-30% al 31.12.2018) e di personale (dotazioni organiche civili fissate in n. 20.000 al 31.12.2024).
Ebbene, al 1.01.2016, i civili presenti erano pari a 27.416 (dati PERSOCIV), e dunque oltre 7.000 posizioni dovranno essere cancellate da qui al 2024 con le modalità e i percorsi previsti dal D. Lgs. n.8/2014. Ci chiediamo: se arriveranno migliaia di lavoratori forestali, che effetti diretti o indiretti si produrranno sull’impiego civile nel MD e sulla gestione delle eccedenze civili? E ancora: i nuovi arrivati vi saranno tenuti al riparo attraverso un inquadramento particolare, per esempio in soprannumero o in un ruolo ad esaurimento?
Per saperne di più, abbiamo inviato al Sottosegretario on. Rossi la richiesta di incontro urgente che pubblichiamo su questa pagina in allegato 1. Nelle more delle risposte che verranno, ci poniamo però da subito altre domande: perché dovrebbe essere solo il M.D., e non anche altre Amministrazioni Pubbliche, a sostenere il peso della ricollocazione degli ex forestali non transitati all’Arma? La nostra Ministra sarà stata d’accordo, in sede di Consiglio dei Ministri, su questo interessamento in esclusiva del nostro Ministero? E’ stata d’accordo, e nel caso perché, o avrà invece subito il provvedimento?
Riportiamo di seguito il Notiziario n. 1 datato 2.02.2015 della nostra Confederazione CSE che reca il comunicato stampa emesso a conclusione della riunione del 28 u.s. presso il Ministero degli Affari regionali nella quale il Governo ha presentato alle OO.SS. le linee guida della bozza di circolare del Ministero della Funzione Pubblica sulle procedure di mobilità del personale a seguito della chiusura delle Province e sulle procedure di ricollocazione.
“Nella tarda mattinata del 28 gennaio, presso la Sala Riunioni del Ministero degli Affari regionali, si è svolta una riunione tra i rappresentanti del Governo, Regioni, Province e Comuni, con le Confederazioni Sindacali maggiormente rappresentative, avente all’odg la presentazione delle La Parte Pubblica rappresentata dal Ministro agli Affari Regionali Lanzetta (anche se dimissionario) e dal Sottosegretario alla Funzione Pubblica Onorevole Rughetti, prima di discutere con le Confederazioni Sindacali, ha incontrato i responsabili dell’ANCI, dell’UPI e delle Regioni.
Gli interventi in riunione dei rappresentanti del Governo e degli Enti locali hanno fatto emergere le diverse interpretazioni e le contraddizioni sull’attuazione della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (Legge di Stabilità) e della legge 7 aprile 2014, n. 56 (Riordino degli Enti Territoriali).
Non vi è chiarezza, infatti, né sulle modalità di individuazione del personale in eccedenza e sui criteri di mobilità in uscita dalle Province, anche in relazione alla partecipazione prioritaria dei dipendenti delle Province al bando di mobilità volontaria adottato dal Ministero della Giustizia con provvedimento del 25 novembre 2014, per la copertura di 1.031 posti vacanti, né sui principi dell’applicazione della legge pre-Fornero in materia pensionistica, Non vi è chiarezza, infatti, né sulle modalità di individuazione del personale in eccedenza e sui criteri di mobilità in uscita dalle Province, (Enti di area vasta), attraverso una riduzione della spesa corrente di 1.000 milioni di euro per l’anno 2015, di 2.000 milioni di euro per l’anno 2016 e di 3.000 milioni di euro a decorrere dall’anno 2017.
Nel provvedimento mancano, inoltre, effettive garanzie sulla tutela del reddito del personale in mobilità e sulla decorrenza dei termini di definizione delle deleghe regionali sulle nuove funzioni e servizi da affidare alle Province che rimangono, alle Città Metropolitane e/o ai Comuni.
Tutte le Confederazioni, seppure con sfumature e toni diversi, hanno segnalato e sottolineato le palesi contraddizioni del quadro normativo e hanno messo in risalto, tra le altre cose, l’assenza di relazioni sindacali costanti e globali in relazione a tutta la vicenda.
In modo particolare, la CSE ha stigmatizzato la carenza di confronto e ha sostenuto la necessità impellente dell’emanazione di una circolare esplicativa che chiarisca tutti i passaggi sulle effettive relazioni sindacali che sono indispensabili per un confronto costante e a 360 gradi con le OO.SS. su una problematica difficile, seria e drammatica.
Il Segretario Generale Carlomagno ha aggiunto che la partecipazione sindacale deve essere a pieno titolo sia nell’Osservatorio Nazionale che negli Osservatori Regionali, con un coordinamento e monitoraggio continuo e trasparente sulle dinamiche gestionali di questa partita, al fine di garantire, nel modo più ampio possibile, i servizi nel contesto delle Aree Territoriali e di conseguenza le funzioni e gli organici nelle Regioni, nelle Province che rimangono e nelle Città Metropolitane.
A nostro parere vanno affrontate con cautela iniziative che, in nome del risparmio, possono provocare tensioni e inefficienze, soprattutto in quelle Amministrazioni dove le funzioni, i compiti e le attività sono particolari, peculiari e specifiche, come ad esempio nel Ministero della Giustizia, dove per altro il personale giudiziario (DOG) attende da circa 15 anni una “vera” riqualificazione professionale e da più di 20 anni la progressione in carriera.
Così come va assolutamente evitato il caos normativo e la contrapposizione di norme emanate in contrasto tra di loro, che, in quanto contraddittorie, rendono oltremodo difficile coniugare efficienza e razionalizzazione e portano spesso all’immobilismo se non alla scomparsa delle Amministrazioni sul territorio.
Bisogna prioritariamente investire sulla formazione concreta ed efficace del personale in mobilità, garantendo gli stipendi e i redditi, dopo aver stabilito dove può andare su base volontaria, in seguito a ricognizioni e verifiche serie e rigorose.
Bisogna tenere alto il livello di servizi erogati alla cittadinanza, recuperando risorse dal taglio dei veri sprechi, mediante la re-internalizzazione delle funzioni, l’eliminazione delle consulenze d’oro e una seria lotta, e non meramente di facciata, alla corruzione.
Occorre rinnovare e rafforzare la Pubblica Amministrazione aprendo le porte alle giovani generazioni, alle migliaia di uomini e donne che in questi anni hanno superato o sono stati dichiarati idonei ad un pubblico concorso, a quelli che per anni con contratti precari hanno garantito attività e servizi rilevanti, a tutti coloro che – ogni giorno – alle prese con contratti bloccati, carriere ferme, bersagli di offese continue, rappresentano le nostre pubbliche amministrazioni e garantiscono istruzione, sanità, giustizia, lotta all’evasione, tutela dei beni culturali e cosi via…
Abbiamo bisogno di una pubblica amministrazione moderna, efficiente capace di offrire servizi a cittadini e imprese e allo stesso tempo garantire le funzioni nevralgiche dello Stato con imparzialità e trasparenza.
Intervenire in modo confuso sui livelli di governo, pensando solo a tagliare o eliminare attività e servizi pubblici, senza aver chiaro in mente quali servizi debbano essere assicurati ai cittadini e chi e come debba svolgere questefunzioni, è sbagliato e si configura come una riforma al contrario, una controriforma.
Noi operiamo e agiamo per tenere insieme il Paese, per il futuro e il bene dell’Italia.
Speriamo che la stessa cosa voglia fare il Governo.
Riportiamo di seguito il “Comunicato Stampa” diffuso in data odierna dalla nostra Federazione che riferisce sugli emendamenti presentati in Senato al disegno di legge “Madia” recante il secondo pezzo (il primo è stato il DL 90/2014) della c.d. “riforma Madia” della Pubblica Amministrazione, e che reca anche le dichiarazioni al riguardo rese dal Segretario generale FLP. Non assisteremo inerti a questa spirale perversa che in nome delle riforme colpisce invece i diritti, la dignità e la professionalità del nostro mondo del lavoro.
” L’ennesima campagna mediatica denigratoria di fine anno sui pubblici dipendenti ha prodotto, com’era prevedibile, i suoi effetti.
Puntuale infatti è arrivato l’ennesimo inasprimento delle norme sul lavoro pubblico con la scusa di colpire presunti privilegi, assenteismo, scarsa produttività. Dalla stampa apprendiamo infatti che il relatore di maggioranza al Senato del DDL sulla “riforma” della PA Pagliari ha presentato in queste ore quindici emendamenti, la maggioranza dei quali pare ispirati a colpevolizzare e punire, piuttosto che valorizzare il merito e le professionalità.
Invece di rinnovare i contratti, ridare fiato al potere d’acquisto di milioni di lavoratori che hanno retribuzioni ferme dal 2009, investire in formazione e tecnologia, il Governo Renzi e la maggioranza che lo sostiene – dichiara Marco Carlomagno Segretario Generale FLP – liquida le grandi questioni legate all’efficienza, alla funzionalità, all’equità, alla trasparenza, che dovrebbero essere al centro di un vero processo riformatore, con provvedimenti confusi e contradditori che colpiscono ancora una volta i più deboli e coloro che nella stragrande maggioranza dei casi lavorano quotidianamente con professionalità e dedizione al servizio del paese.
Non assisteremo inerti a questa spirale perversa che in nome delle riforme colpisce invece i diritti, la dignità e la professionalità del nostro mondo del lavoro – prosegue Carlomagno – mantenendo intatti i privilegi delle caste e di chi come gli evasori ha tutto ha tutto l’interesse a depotenziare e delegittimare la pubblica amministrazione.
Siamo dalla parte dei cittadini onesti – conclude Carlomagno – della parte migliore del paese, quella produttiva e operosa, e per questo ci batteremo con sempre maggiore forza per contrastare questa deriva, lavorando per costruire un patto virtuoso tra pubblici dipendenti e società civile a difesa della legalità, della dignità e dell’efficienza della nostra PA.
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News del 7 marzo 2017, h. 15.00 Sono approdati alla Camera dei Deputati, per il previsto pare, due provvedimenti che interessano molto da vicino i lavoratori pubblici, che sono stati approvati dal Consiglio dei Ministri del 23 febbraio u.s su proposta della Ministra alla Pubblica Amministrazione Maria Anna Madia, in attuazione della riforma della pubblica amministrazione (legge […]
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Notiziario n. 65 del 25 maggio 2016 – Si riporta di seguito il testo del “comunicato” diffuso in data odierna dalla Segreteria Generale CSE con il quale si dà notizia dell’audizione di Confederazione CSE da parte delle Commissioni Parlamentari “Affari Costituzionali” e “Lavoro” della Camera dei Deputati, avvenuta il 16 maggio u.s. e relativa ai […]
Notiziario n. 21 del 22 febbraio 2016 – Nella riunione del 20 gennaio u.s., su proposta della Ministra alla Pubblica Amministrazione M. Madia, il Consiglio dei Ministri ha adottato in prima lettura i primi undici schemi di decreti attuativi della legge delega 7.8.2015, n. 124 recante “deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni […]
Notiziario n. 15 del 5 febbraio 2015 – Riportiamo di seguito il Notiziario n. 1 datato 2.02.2015 della nostra Confederazione CSE che reca il comunicato stampa emesso a conclusione della riunione del 28 u.s. presso il Ministero degli Affari regionali nella quale il Governo ha presentato alle OO.SS. le linee guida della bozza di […]
Notiziario n. 9 del 22 gennaio 2015 – Riportiamo di seguito il “Comunicato Stampa” diffuso in data odierna dalla nostra Federazione che riferisce sugli emendamenti presentati in Senato al disegno di legge “Madia” recante il secondo pezzo (il primo è stato il DL 90/2014) della c.d. “riforma Madia” della Pubblica Amministrazione, e che reca anche […]