Notiziario n. 111 del 7 novembre 2017 –
Si riporta di seguito il testo del comunicato diffuso in data di ieri che reca l’esame da parte della CSE dei contenuti e delle scelte operate dal Governo in sede di redazione del Disegno di Legge per il Bilancio 2018 (DDL 2960), il cui iter parlamentare è già iniziato al Senato.
“A leggere solo i saldi del Disegno di Legge di bilancio per il 2018 presentato dal Governo Gentiloni alle Camere, si sarebbe tentati di dire che, finalmente, quella immaginata non è una “finanziaria” elettorale. La previsione è, infatti, di un calo delle entrate fiscali (-0,6 per cento del PIL) dovuto principalmente alla cancellazione delle clausole di salvaguardia (cioè non aumenteranno, come previsto, IVA e accise), compensato in parte da (blande) misure di lotta all’evasione fiscale, in parte da una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali. Ciononostante, è previsto un calo del deficit complessivo, finanziato da un calo della spesa maggiore del calo delle entrate fiscali. Tutto bene, verrebbe da dire poiché, in vista delle elezioni, si tende a spendere tanto e a peggiorare i conti pubblici per assicurarsi consenso.
Invece no! Basta leggere le varie voci della Legge di bilancio per rendersi conto che prosegue la tendenza, che ha contraddistinto tutta la legislatura, di dare mance e mancette anziché i servizi che i cittadini aspettano e si rischia di peggiorare ulteriormente la condizione competitiva dell’Italia e di conseguenza il lavoro, sempre più precario e meno specializzato. Inoltre, i tagli di spesa sembrano appartenere più alla categoria della fantasia contabile che a quella della realtà verificabile e della trasparenza.
Vi facciamo alcuni esempi: in un Paese che ha favorito – o comunque accettato senza battere ciglio – la chiusura della maggior parte delle fabbriche che costruiscono bus e treni, e nel quale i pendolari sono costretti a viaggiare in carri bestiame perennemente in ritardo, continua a latitare un piano trasporti nazionale ma arriva la possibilità di detrarre dalle tasse il 19 per cento degli abbonamenti di bus e treni. Cioè, si continuerà a viaggiare in carri bestiame ma si potrà dire a chi si lamenta: “Cosa vuoi, ti ho dato la mancia, non lamentarti!”.
Inoltre, c’è di nuovo un finanziamento per chi assume con contratto a tutele crescenti (cioè precariato a vita) gli “under 35”, ma non si creano le condizioni per aumentare il lavoro qualificato e stabile. Non è bastato il flop della decontribuzione per tre anni, con il numero di assunti che è calato non appena è finito il bonus. Si continua a buttare fumo negli occhi degli italiani facendo credere che il lavoro stabile si crea dando soldi agli imprenditori anziché finanziando la formazione (università e scuola) e investendo in ricerca e sviluppo, settori in cui il divario con i paesi a maggior industrializzazione (Germania in testa) cresce anziché ridursi.
Stessa cosa per la lotta alla povertà e la spesa sanitaria: pochi soldi per l’una e tagli continui sull’altra. Il definanziamento della sanità per il quadriennio 2015-2018 toccherà i 10,5 miliardi di euro, che si aggiungono ai 14,5 miliardi di tagli del periodo 2010-2014 (dati della Corte dei Conti). Sono queste le vere poste con le quali sono stati finanziati gli “80 euro di Renzi” e l’eliminazione delle tasse sulla prima casa. Come dire: “Ti diamo un po’ di soldi in più se riesci a goderteli e non muori prima per l’abbassamento dei livelli delle cure mediche”. Se poi ci si mettono pure le regioni come la Lombardia, che intende sottrarre la nostra salute ai medici di famiglia per consegnarla ad un “gestore”, che avrà a disposizione un tetto massimo di spesa per ciascuno di noi e le nostre cure (si inizia dai malati cronici) e se risparmierà potrà tenersi una parte del risparmio, si comprende bene a cosa stiamo andando incontro.
Non mancano ovviamente i finanziamenti per le ristrutturazioni, dove si raggiunge il massimo della fantasia: dal 2018 ci saranno detrazioni fiscali per chi si fa i giardini pensili! Sembra una barzelletta ma vi assicuriamo che è vero!
Così come sono rifinanziati i 500 euro di mancia ai neodiciottenni, senza prevedere alcun limite di reddito (quindi compresi i maggiorenni ricchi o super ricchi).
Mance anche ai dipendenti pubblici al posto dei recuperi salariali dovuti per il blocco del contratti quasi decennale. In questo caso però, purtroppo, la responsabilità non è solo governativa ma sindacale e trova la propria fonte nell’accordo sciagurato del 30 novembre 2016 firmato dal Governo con CGIL, CISL, UIL, cui ha poi successivamente aderito CONFSAL e nel quale sono pattuiti 85 euro medi lordi di aumento ma solo dall’ultimo anno di contratto, il 2018. Per il 2016 e il 2017 altri due anni di blocco degli stipendi giacché sono previsti arretrati pari a circa 17 euro medi lordi mensili a fronte di un’indennità di vacanza contrattuale che è già di circa 10 euro.
Quello descritto non è il quadro congiunturale di un Paese che normalmente gode di buona salute. Tutt’altro. Abbiamo un’Italia sempre più a due velocità (Nord e Sud) ma le politiche economiche di questi anni, anziché avvicinare il Sud al Nord, sono riuscite a portare parte del Nord verso il Sud. Se esaminiamo la crescita del PIL regionale, infatti, possiamo vedere che alcune regioni come le Marche e l’Umbria, tradizionalmente associate al centro-nord, sono invece “scivolate” verso il Sud facendo registrare aumenti di PIL sensibilmente inferiori alla media nazionale. Si tratta di regioni che negli anni della crisi hanno dovuto accentuare la propria vocazione manifatturiera a bassa innovazione anziché riposizionarsi nei segmenti di produzione a più alto valore aggiunto.
La sintesi della salute del nostro Paese ce la dà il Global Innovation Index, che misura appunto il tasso di innovazione e di competitività del nostro Paese, indicando per ogni Stato i punti di forza e di debolezza. I dati che ci riguardano sono allarmanti: non riusciamo a trasformare le nostre grandi potenzialità creative, soprattutto nel design e nelle idee, in maggiore competitività a causa dei mancati investimenti in capitale umano e investimenti pubblici di base. A questo si aggiunge l’incapacità di attrarre investimenti esteri a causa del nostro farraginoso sistema di leggi, fiscali e civili, e dei nostri obsoleti modelli di business.
Siamo nell’era dell’economia della conoscenza e per non precipitare ancora di più sul mercato globale c’è bisogno di forti investimenti in capitale umano e di piani nazionali di innovazione manifatturiera. Entrambe le cose non portano consenso immediato come le mance elettorali, i bonus su assunzioni per un lavoro che non c’è o le detrazioni per i giardini pensili, ma hanno effetti duraturi nel tempo.
Avremmo bisogno di statisti, anziché di venditori. Prima ce ne rendiamo conto e prima ci risolleveremo. Una legge di bilancio che, invece, usa ancora una volta fantasie contabili e mance a fini elettorali non ci porta da nessuna parte.
LA SEGRETERIA GENERALE CSE “
Nel segnalare che del DDL 2960 abbiamo già detto nel Notiziario n. 109 del 31.10.2017 per gli aspetti di più diretto interesse dei lavoratori civili della Difesa, e nel far ovviamente riserva di ulteriori informazioni al riguardo, facciamo presente che su questa stessa pagina sono pubblicati sono pubblicati:
- in allegato 1: la relazione illustrativa e tecnica che accompagna il DDL (Tomo 1);
- in allegato 2: l’articolato del DDL inviato al Senato dopo la firma del decreto autorizzatorio da parte del presidente Mattarella (Tomo 2- Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020).
IL COORDINAMENTO NAZIONALE FLP DIFESA
Allegato 1: DDL 2960 – Tomo I
Allegato 2: DDL 2960 – Tomo II
Notiziario n. 109 del 31 ottobre 2017 –
A distanza di quindici giorni dall’adozione da parte del Consiglio dei Ministri “salvo intese”, secondo la formula in voga da qualche anno che apre a successive rivisitazioni del testo come avvenuto anche in questa circostanza, il disegno di legge di bilancio 2018 è finalmente approdato in Parlamento (DDL 2960) dopo il decreto autorizzatorio di presentazione alle Camere firmato dal Presidente della Repubblica in data 29 u.s. ed ora, a partire dal Senato, comincerà il complesso iter parlamentare per il varo della legge che entrerà in vigore il 1 gennaio p.v..
Pubblichiamo su questa stessa pagina in allegato 1 il testo bollinato dalla Ragioneria dello Stato, che è composto da 120 articoli, e realizza nel complesso una manovra da 20 miliardi di €. Le diverse misure saranno finanziate dai tagli della spesa pubblica previsti per il 2018, dalle misure derivanti dalla lotta all’evasione fiscale e da un allargamento della rottamazione delle cartelle.
Il grosso della manovra (15,7 mld di € per il 2018 e 11,4 mld per il 2019) sarà assorbito dalla neutralizzazione delle c.d. “clausole di salvaguardia” , che bloccheranno i previsti aumenti di IVA e accise che avrebbero comportato un sicuro aumento dei prezzi al consumo con quel che segue e consegue.
Tra le altre misure particolarmente importanti, vanno sicuramente annoverate quelle a sostegno della occupazione giovanile e delle assunzioni agevolate nei confronti degli under 29, gli incentivi per gli investimenti industriali (industria 4.0) e il c.d “reddito di inclusione sociale” per il quale sono previsti 600 milioni nel 2018, 900 milioni nel 2019, 1.200 milioni nel 2020.
Tra le misure certamente più attese dai dipendenti pubblici, quelle relative allo stanziamento delle risorse per il rinnovo dei contratti pubblici dopo ben sette lunghi anni di blocco, rimosso solo a seguito della ben nota sentenza della Corte Costituzionale n. 178 depositata il 23 luglio 2015, con la quale la Consulta, investita della questione dal Tribunale di Roma a seguito del ricorso presentato dalla FLP, aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale sopravvenuta – dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza nella Gazzetta Ufficiale e nei termini indicati in motivazione – del regime di sospensione della contrattazione collettiva. Il che costituisce l’indubbio merito storico della nostra Federazione. Le risorse stanziate nel DDL bilancio 2018 per i rinnovi contrattuali dovrebbero essere pari a 1,7 mld di €, le quali, unite a quelle previste dalla leggi di bilancio 2016 e 2017, portano a 2,85 mld € l’accantonamento complessivo.
Un capitolo a parte merita la vicenda, di straordinario interesse per il personale civile della Difesa, legata all’accordo del 5 aprile con il Vertice politico della Difesa. Ebbene, le norme che attendevamo (Fondo aggiuntivo di 21 mln annui per il triennio e progressioni tra le aree) e che, in base agli impegni assunti dalla Ministra, avrebbero dovuto trovare posto all’interno del DDL di bilancio, purtroppo allo stato non ci sono ancora. Sapevamo che non sarebbe stata cosa facile, e facile in effetti non è stato per ragioni sostanzialmente tecniche (MEF). Ne è ben consapevole la stessa Ministra che, in data di ieri, ha diffuso un “comunicato stampa”, che pubblichiamo su questa stessa pagina in allegato 2, che così testualmente recita: “Nel disegno di legge di bilancio non hanno, al momento, per ragioni tecniche, trovato collocazione alcuni importanti provvedimenti a favore del personale civile della Difesa per i quali il Ministro si era fortemente impegnata, insieme al Governo, nell’ambito di obiettivi condivisi con le organizzazioni sindacali. Il Fondo integrativo per il trattamento economico e le progressioni fra le aree funzionali rappresentano per la Difesa obiettivi prioritari per la valorizzazione del personale civile. Per questo il Ministro assicura l’impegno personale nelle sedi parlamentari affinché i provvedimenti siano inseriti nella legge di bilancio”. In questa legge, dunque!
Nel prenderne atto, ci riserviamo nei prossimi giorni una più attenta valutazione, anche alla luce di quanto dovesse maturare in sede parlamentare, e ci riserviamo di assumere, anche unitariamente, le più idonee iniziative del caso.
La partita è ancora tutta da giocare, e la giocheremo davvero fino in fondo.
(Giancarlo Pittelli)
Allegato 1: Il testo del DDL Bilancio 2018 bollinato dalla Ragioneria
Allegato 2: Ministero Difesa – Comunicato Stampa del 30.10.2017
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